I Solar Powered People arrivano dalla soleggiata città californiana di Modesto e con questo “Living through the low” giungono al loro secondo album; un disco carico di emozioni che si “attaccano alla pelle” e che vorresti non levare più via.
Tony Pennington, Ryan Coscia, Doug Mckinnon e Dustin Morris sono gli artefici di questo progetto “post shoegaze” nato tre anni fà e pur mantenendo una distinta identità, sono caratterizzati da varie influenze.
Le prime note di “Living through the low” provengono da “Melting ice and snow”,
il brano più immediato di tutto il disco, che potrebbe erroneamente far pensare che si tratti di qualcosa di “mainstream” per le sue atmosfere vagamente grunge ma già la successiva “Dark disguise” ci ammalia per le sue sonorità new wave, quasi a ricordare i vecchi tempi in cui Bono Vox urlava “Sunday bloody sunday”.
Con “Stars don’t complain” abbiamo una bellissima ballata, tanta “morbida melodia”e la caratteristica voce quasi soffocata che ci accompagnerà per tutto l’ascolto.
“Docile” è un’intermezzo di appena un minut; una chitarra e riverbero in totale solitudine che ci prepara a “Wash out”, qui per la prima volta troviamo una semplice chitarra acustica accompagnata da una tastiera ed effetti elettronici che non diventano mai invadenti. Arrivati a questo punto il disco meriterebbe l’acquisto senza dover andare oltre ma da qui in avanti si fà ancora più interessante: “You were right” si fà inizialmente sfocata ed ovattata, quasi come se la si ascoltasse con la testa sott’acqua; una canzone maliconica e rallentata dalla voce che qui ricorda nell’insieme i “Sunny day real estate”.
“Counting down days” ribalta totalmente la situazione, qui troviamo un vero e proprio “muro di suono” con le chitarre che si intrecciano fino a formare una “fitta rete” in pieno stile “shoegaze” quasi ad omaggiare i “My Bloody Valentine”.
Un’altro intermezzo che stavolta ci porta nella psichedelia è “Submarine”, pochi secondi di totale “malattia sonora” che ci porta alla conclusiva “Out of time”, qui ci immergiamo fino alle ginocchia nelle acque gelide della malinconia per otto minuti, quasi a lasciarci sconfitti e rassegnati ma in fondo basta “scrollare” per bene le gambe ed asciugarsi… e premere nuovamente “play”.
Questi quattro californiani hanno realizzato un bellissimo album senza nessuna flessione e che riesce a sfiorare le “corde del cuore”.
(Andrea Tamburini)
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