Il secondo disco dei milanesi JudA è intriso di colori freddi e accordi stridenti. La struttura reiterata (forse troppo) è quella del crescendo tipicamente Mogwai: quasi tutti i pezzi sono introdotti da una chitarra pulita con effetti ben studiati e ben accompagnata da giri di basso quasi mai banali.
Entrano in gioco strofe sussurrate che sfociano in ritornelli strazianti, dove il suono si allarga e incattivisce sapientemente. A volte ricordano i Verdena di “Starless” o addirittura qualche passaggio pulito dei Tool. La voce non è impostatissima, ma sa trasmettere e seguire l’intensità delle canzoni, esprimendo ora malinconia, ora rabbia, ora nevrosi, attraverso testi davvero apprezzabili. I brani hanno quasi sempre durate dolcemente antiradiofoniche (vedi “Invasa da umori a distanza”), come prevede il genere post rock che definirei sconfinante nello shoegaze, per i fraseggi prolungati e ipnotici. Ma i JudA non si esauriscono qui. Estraggono dal cilindro anche perle strumentali come “L’invenzione della Verità” e ritmi tribali (“Il giorno più lungo”).
Da sottolineare la collaborazione con l’ex Afterhours Xabier Iriondo, con Laura Spada degli Psychovox, alla voce di “3c” e con Paolo Fusini degli Spread in “Lame di sabbia”. In definitiva il lavoro non è del tutto maturo, qualche idea è riproposta troppe volte, ma si lascia ascoltare piacevolmente, e lascia una sorta di amaro in bocca, una sorta di “Malelieve”, appunto.
(Alberto Tessariol)
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