Me li immagino così i Dance for Burgess: Proiettati in un televisore in bianco e nero, dai toni vividi con le immagini prive dell’alta definizione odierna, sporcate da quella romantica grana che rendeva le persone nel tubo catodico più vere e sincere di quanto poi non lo fossero in realtà. Il colore presente nei televisori odierni cozzerebbe con le tinte fosche presenti in questo debutto; Le sagome di questi loschi e lesti individui si muovono allungandosi sullo schermo in modo sghembo e inarticolato, probabile che sia solo il disturbo dell’apparecchio televisivo a dare l’impressione che i personaggi incollati dall’altra parte del vetro non siano di questo mondo, comunque quello che si intravede mette un po’ di agitazione.
Questa mia visione potrebbe anche essere solo un clichè riveduto corretto e spennellato per l’occasione sulla giovane band toscana ma sta di fatto che io i colori in questo album non riesco a percepirli, il che non è un male perchè ogni singolo brano presente in SSA non permette alla luce di entrare, di poggiarsi sulla materia e renderla colorata; Ogni singolo brano è rivestito di tonalità (de)saturate, tuttavia questo ristretto sprettro cromatico non pregiudica affatto il risultato finale del lavoro.
Lo tsunami post-punk partito ormai un decennio fa da quel di New York ha prima investito l’Inghilterra negli scorsi anni, nella quale tuttora gravita un movimento abbastanza nutrito di figuri imbronciati e affetti da qualche patologia maniaco-depressiva, tuttavia sembra che da alcuni anni quelle ondate neropece siano arrivate anche quì da noi. La New wave of italian post punk pullula di band dalla sensibilità fragile e ipocondriaca, le quali hanno innalzato i propri altari glorificando tanto i Joy Division quanto i Gang of Four piuttosto che i primi Cure; Band come General Decay, Soviet Soviet, Drama Emperor (i primi che mi vengono in mente) e gli stessi Dance for Burgess stanno ridisegnando gli scenari musicali del nostro Paese con suoni scarni e drum machine fredde come la Morte, bassi pullulanti e voci che sembrano uscire da una cantina (forse in alcuni casi è proprio così). Il debutto dei Dance for Burgess dovrebbe stare all’Italia così come Silent Alarm dei Bloc Party (ovviamente con le dovute distanze di proposta musicale e ricezione da parte di critica e pubblico) è stato una sorpresa per l’Inghilterra. Pezzi come “Cocktail Flu”, “OMGMJ”, “Rats” e “Tape” hanno quell’urgenza che manco se stai per pisciarti addosso riusciresti a raggiungere; “Ein” farebbe crepare d’invidia il “Tenderone” Kele Okereke non più capace di scrivere un pezzo simile; “I’m Wired” sembra stata scritta a quattro mani con Robert Smith dopo essersi persi nella ormai nota e inquietante “Foresta” mentre invece “Rats” dona un gemello siamese, rispolverandone il giro di chitarra, a “Killing an Arab”; “M.I.A.” parte con lo sferragliare di catene e gocciolamenti vari per poi diventare tutt’altro (ho dovuto controllare il player e assicurarmi che il brano non fosse cambiato), richiamando i cieli plumbei di quella Manchester fine anni ’70 con il basso, presentissimo e protagonista in tutti i brani, che spinge e procura lividi sonici così come in tutto l’album ci pensa la drum machine ha donare quella sensazione di gelo e pungolamento spigoloso. Il congedo viene affidato a due brani in antitesi tra loro; “Toyshop” e “Twisted Shark”. Il primo aperto, forse il più aperto dell’intero gruppo di canzoni, a spiragli melodici e affusolati che altrove invece non trovano spazio; il secondo, al contrario, è un brano grezzo e cinico, la chitarra prende il sopravvento su una base up-tempo che non pretende di farti respirare anzi il fiato te lo ruba tanto il brano è tirato.
Che davvero si stia assistendo ad una “nuova alba sfumata” o diluita nella grande lezione di quel che fu il post punk inglese degli anni ’80? Di certo nulla di originale o per il quale gridare al miracolo, almeno altrove, mentre nel nostro paese una “scena” musicale del genere, ed una band come i Dance for Burgess, fanno pensare ad un “nuovo miracolo italiano”. Cribbio, ne sentivamo proprio il bisogno.
(Antonio Capone)








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