Polly Jean è la versione 2.0 di qualsiasi donna di rilievo della storia della musica. É rock, è pop, è soul, è tutto quanto di buono il rock sia in grado di produrre. Stimata da tutti i suoi colleghi maschili, e osannata ed imitata da tutte le ragazze che sognano di far impazzire plotoni di maschi indossando semplicemente una chitarra. Ormai lontani anni luce i tempi in cui si lasciava fotografare, seno al vento, per una nota rivista inglese, la ragazzotta del Dorset è un vessillo old school per chiunque abbia intenzione di remare nell’alternative rock. Let England shake è solo l’ultima variazione musicale approntata da un’artista da sempre incapace di starsene buona buona su uno scoglio, ma interessata a volerli visitare tutti, a costo di prendere qualche scivolone rovinoso. Non è il caso del disco in questione, tuttavia. Già dall’inizio privo di remore, con la title-track e la sua gioiosa veste quasi folk nell’intenzione, ma profondamente rock nelle liriche e nella bambinesca cantilena sviolinata da Pj. Un piccolo curvamento nel DNA di questa donna profondamente devota al verbo di una musicalità più oscura e gretta, come si può evincere dalla successiva “The last living rose” o nello sciogli dita del lavorio del basso in “The glorious land”, che si impernia sul fantasioso inserimento di una marcetta da tromba, come una carica di guerra vista al rallentatore. Un po’ l’opposto di quello che si vive nei continui cambi di ritmo di “All and everyone”, con il suo tono quasi da cantautore nel dopo lavoro, un continuo alternarsi di momenti pieni e potenti con cadenze da nenia sempre ben tenuti dalla voce della Harvey. Il grande punto fermo di questo disco, sembra essere l’enorme lavoro che la cantantessa inglese ha fatto sulla lirica, con punte di talento puro riesce a giocare con la sua voce come, forse, mai gli era riuscito in carriera e nelle strofe di “On battleship hill” sembra di scorgere rimandi zeppeliniani dei primi anni ’70, prima del grido da minareto di “England”, una vera e propria preghiera rock, che da l’impressione di poter fare da guida per intere processioni sui percorsi aridi della vita. Qualcuno, al quale magari manca la versione primordiale di Pj, troverà interessante i fuoritempo e i riff di brani come “In the dark place” e “Bitter branches”, anche se quest’ultimo è pressoché totalmente privo dei graffi e dei lividi delle distorsioni. Pezzi come “Hanging in the wire” e la finale “The colour of the heart“ mettono la parola pace ben appuntata sul vessillo di quella che può essere, a ragione, considerata come una ex-ribelle del rock, un fiore che non è appassito con il tempo ma che ha imparato a dare sfogo ai suoi profumi migliori, invadendo prati verdi e stuzzicando gli appetiti di tutti quelli che se ne vogliono nutrire anche solo per rifocillare i sensi. Respirare a pieni polmoni.
(Lorenzo Tagliaferri)








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