Parto, visti i repentini accostamenti da parte di chi ne capisce, premettendo che non ho mai ascoltato (né tantomeno ci tengo a farlo) The Eraser, ché dopo le ultime fregature in quanto a side-project, evito. Preferisco.
Tornano i Radiohead, ché se ne sentiva davvero la mancanza, dopo circa tre anni da In Rainbows, ottimo disco, sotto qualsiasi profilo lo si analizzi, a giudizio di chi scrive. Dicevamo, tornano, e scelgono gli abissi, spettrali, come la copertina che, da fan, mi fa presagire follie sperimentali à la Kid A, per quanto nero c’è. Ma se è vero che c’è del marcio in Danimarca, nemmeno la più tranquilla Oxford è esente da traviamenti, che si ripercuotono tutti nella penna di Thom Yorke, paranoico isolato tra quintalate di delay e controtempi assurdi. Come “Bloom”, il pezzo di apertura, ipnotica ballata acida, imperniata su un loop di piano ingentilito dalla voce di Er Salamandra, oppure “Morning Mr.Magpie”, uno degli scarti di Hail To The Thief, già eseguito in qualche performance dal vivo, se non vado errato, o la traccia successiva “Little By Little”. Niente paura, non c’è lo zampino dei fratelli Gallagher, è una ballata che puzza di Radiohead fin dalla prima nota, immersa in sequenze di tichitichitichi ficcanti come le sirene degli allarmi, ma tanto ci pensa Yorke a spalmarci su una voce così sottile da sembrare come se fosse qui davanti con la chitarra e cantasse a bassa voce per non disturbare mamma e papà nell’altra stanza. Da qui in poi torna ad affacciarsi l’elettronica, partendo dalla drum machine che pervade “Feral” per tutti i tre minuti e venti, accompagnata da un basso ipereffettato e da una voce anch’essa per nulla scevra da riverberi e delay. “Lotus Flower” ormai la conoscete in tutta la sua bellezza, con quella melodia così catchy da essere pop, ma incastrata su una base davvero minimale. Forse la chiave minimale è quella giusta per comprendere l’intero disco, prendete “Codex”, così bella nel suo essere solo voce e piano, o “Give Up The Ghost”, che fondamentalmente è giocata su un duello voce-chitarra acustica, quasi come se tutte le ricerche della prima parte del disco fossero un’altra storia, e si arriva a “Separator”, un pezzo che cela in sé un mistero. Canta infatti “If you think this is over, well you’re wrong”, facendo presagire una pt.2 o chissà cos’altro. A conti fatti, “The King Of Limbs” non è affatto un disco brutto, anzi è un disco maturo ed essenziale in ogni raccolta di appassionati che si rispettino. Pur proponendo solo otto brani, decisamente pochi, è chiaro l’intento degli Oxfordiani di lasciar perdere tutto quello che li ha resi Radiohead, e cioè la ricerca del suono nuovo, prediligendo gli estremi già citati di “Codex” e “Give Up The Ghost”. È quanto di più ostico ci si possa aspettare da loro, tant’è vero che il disco merita davvero tanti ascolti prima di entrare sottopelle, ma mostra anche come in fondo anche loro abbiano dei lati “morbidi”, sui quali probabilmente proveranno a lavorare ancora negli anni a venire.
(Mario Mucedola)
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Per ascoltare e recensire questo disco, in quattro giorni totali, me lo sono sparato in vena. E la sensazione all’inizio è stata fredda, un colpo gelato nel sangue. Poi il calore ha cominciato ad espandersi, percorrendo la ragnatela di venature su e giù, lungo il corpo. É stato qualcosa di familiare, che finalmente tornava a farti visita. Non stiamo parlando dei soliti ritorni, quelli che mettono a proprio agio, perché sicuri, docili, accomodanti. Qui c’è qualcosa che non sai mai se ti convenga riavere dentro di te, perché ogni volta potrebbe essere meno bella della precedente.
Per ascoltare e recensire questo disco, in quattro giorni totali, me lo sono sparato in vena. Mi sono messo in silenzio al buio. Luce soffusa e il mio corpo dritto verso l’abisso. Piacevolmente indifeso. Non volevo barriere, aspettative, timori. Nulla. Solo io e loro. E avrei cercato di uscirne anche stavolta.
É un tunnel buio quello che il Guercio ha preparato per noi. Almeno, così appare inizialmente. Ti perdi fra i sotterranei della sua mente, oscuri e affascinanti. Ogni tanto un flash di luce fredda. Bianca o blu, poco importa. La strada da percorrere è lunga e insidiosa. Stiamo sospesi in bilico, fra bit ossessivi, elettronica minimale, rare aperture melodiche. Un piede sul pianeta Kid A, un piede su Amnesiac, aggrappandoci alle atmosfere pop di Hail To The Thief per non cadere nel baratro. Questo è The King Of Limbs, la zona oscura tra diversi mondi paralleli. Ma è anche un percorso interiore verso la luce. Passano i minuti, passano le canzoni, lentamente l’aria si fa meno spessa. Un po’ di ossigeno torna ad accarezzarci le narici. Un fiore di loto fa da spartiacque. Il bit diventa meno ossessivo, note infinite di piano si perdono in lontananza. Il dolce vibrare del bronzo ci avvolge in un giro di chitarra sospeso. Il Guercio sussurra parole in vena. Parole che come aria ci sollevano per farci uscire dall’oscurità, verso uno spazio nuovo.
Percorrete The King Of Limbs e attraversatene ogni stadio. Forse è solo la via d’accesso ad un altro posto, che presto potremmo raggiungere. “If you think this is over, then you’re wrong”. Non cercate canzoni. Qui non ha più senso. La forma-canzone ha ormai perso di significato. Qui parliamo di un viaggio incredibile iniziato vent’anni fa e che non sappiamo dove potrà portarci. Ma se questi sono i risultati, non mi interessa. L’importante è che continui.
(Federico Anelli)
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I Radiohead vogliono drogarci. Penso che Thom, Jonny e gli altri stiano studiando, con successo, una formula per renderci fisicamente dipendenti dalla loro musica nel modo in cui lo farebbe un tiro di Speed una volta introdotto nel nostro organismo.
In The King of Limbs non troverai chitarre rock, i distorsori sono in Off, i suoni sono dilatati ipnotici e ciclicamente ossessivi, l’elettronica in questo album assume proporzioni mai toccate prima, restituendoci ancora una volta una facciata quasi inedita della band. Si parte con “Bloom” e vieni subito invaso da una pioggia sottile e synthetica mentre in contro tempo la ritmica ricalca il percorso sghembo laddove “Videotape” terminava. La sensazione iniziale che si ha ascoltando il disco è quella che “Il Cancellatore” abbia portato la band a fare un giro dentro un’illustrazione di Stanley Donwood: Onde ipnotiche sembrano sostituirsi a cieli cosparsi di nuvole increspate, Londra germoglia fiamme mentre in lontananza un freddo mulinello di trombe ammanta l’aria. In “Morning Mr. Magpie” si intrecciano nervosamente basso e chitarre mentre Thom accusa Mr. Gazza di aver rubato tutta la magia e quindi di porvi rimedio.
“Little by little” prima e “Lotus flower” poi sono i brani che bilanciano la sperimentazione del disco verso qualcosa di più fruibile; se il primo è più vicino agli arcobaleni scagliati qualche anno fà sulla Terra il secondo cammina a ritroso fino alle montagne dove si nasconde il KidA. Ma è quando arriva “Codex” che il tempo si blocca cristallizzando tutto; Piccoli prismi luccicanti scendono dal cielo e colorano la pelle, il respiro si blocca, i suoni si fanno aria e per 5 minuti sembra di scomparire completamente dietro una piramide. “Feral” rende le cose apparentemente ingarbugliate, qui si sente la frequentazione di Thom negli ambienti cari a Flying Lotus; la sua voce si fa strumento trasformando il brano in qualcosa di tormentosamente ipnotico. “Give up the Ghost” si lascia ammirare nella sua nudità folk, un uno-due chitarra e voce con tanto di cinguettii come intro e batter di ali in reverse nell’outro. Il finale è affidato a “Separator”; ritmiche funk anni 80 con il basso padrone della prima parte che ricama un morbido tappeto per le chitarre, Thom pensa ai de-cori effettati.
Quella che in passato era una droga che deflagrava nei corpi di chi assumeva l’RHD ora è diventata qualcosa di più sottile, che necessita di parecchie dosi prima che queste si attacchino nel sangue, rendendo il tutto non meno letale. Una botta in vena da 37 minuti può bastare per il momento. Altro che i-Doser.
(Antonio Capone)
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Schiaccio play e mi ritrovo a Londra, di notte, all’ultimo piano del 30 St Mary Axe, il grattacielo avveniristico progettato da Norman Foster: un siluro che si staglia sul cielo piombato e bagnato della fredda capitale, un placido dildo di cristallo o anche “The Gherkin”, il cetriolo, come lo chiamano i suoi concittadini. Non ci sono mai stato in realtà, è tutta una suggestione che le poliritmie tachicardiche di “Bloom”, la prima traccia, mi costringono ad assecondare.
Schiaccio play e parte un giro di note al piano che subito svanisce, quindi entra una pulsazione elettronica che va e viene ed introduce l’ossessivo pattern di batteria (che per quanto ne so potrebbe esser stato registrato anche una sola volta), vero protagonista del brano, poi spunta la voce, flebilissima, e infine, a sorpresa, gli ottoni, avvolgenti. E sono lì, appoggiato alla vetrata concava del cetriolo, e guardo la città scura sotto di me: vedo le luci dei pub, i piccoli omini con gli ombrelli aperti camminare a passo spedito, le luci delle macchine, dei taxi neri, degli autobus a due piani e di tutti gli altri stereotipi ferrei ma inossidabili della città più dinamica d’Europa. Vedo tutto ma non posso sentire nulla, per i vetri isolanti, eppure la canzone che mi ha portato qui è proprio la colonna sonora esatta di quello che vedo: una “Rapsodia in blu” per il ventunesimo secolo, un nuovo inno per l’alienazione e la malinconia suscitata dalla moderna vita metropolitana. A pensarci bene, stare in cima un grattacielo non è diverso dallo stare in fondo a un pozzo profondissimo. È semplicemente tutto rovesciato. Come un calzino.
The King Of Limbs è, a un tempo, il disco più espressionista, più corto, più intimo, più fragile, più oscuro che i Radiohead abbiano mai fatto. Non piacerà a tutti. E non è consigliabile come introduzione alla band anzi si potrebbe ascoltare soltanto alla fine, per ultimo.
Questa è la volta delle ritmiche preponderanti (direttamente da The Eraser, l’album solista di Thom Yorke del 2006), del ritorno di un cantato sottile che impercettibilmente entra nelle vene (come ai tempi di Hail To The Thief, 2003) e di una ancora una volta ritrovata delicatezza struggente, simboleggiata dalle vocine che pregano in coro “don’t hurt me/don’t hurt me” in “Give Up The Ghost” e dal nuovo capolavoro per piano e voce, “Codex”. E’ un disco diverso: sarà interessante vedere se sapranno rendere dal vivo l’intimità che emana.
Musica per stare da soli, davanti alla finestra, a guardare la notte. Non piacerà a tutti, perché non è fatto per questo: bisogna meritarselo.
(Francesco De Paoli)
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“Thank you for waiting”, grazie per averci aspettato. È con queste parole che i Radiohead annunciano sul proprio sito, il 14 febbraio scorso, l’imminente uscita del loro nuovo lavoro: The King of Limbs.
Breve riassunto delle puntate precedenti: nel 2004 i Radiohead si separano (poco consensualmente) dalla EMI, pubblicano nell’autunno del 2007 In Rainbows, scaricabile dal loro sito con l’innovativa formula dell’offerta libera, e infine si eclissano. Et voilà: How to disappear completely .
Dove si siano cacciati nel frattempo non è dato sapersi, ma inizia un lungo silenzio, interrotto soltanto dalla recente pubblicazione del brano “These Are My Twisted Words”, durante la scorsa estate, e dagli incessanti rumors che si susseguono sulla pubblicazione del nuovo album che tarda ad arrivare. Poi, quando meno te l’aspetti, ecco l’annuncio a sorpresa: “Siamo tornati”. E l’annuncio è di quelli che fanno rumore, non solo perché Thom Yorke e soci rappresentano una delle band più influenti degli ultimi vent’anni, ma anche perché quando esce un disco dei Radiohead non sai mai cosa aspettarti.
La risposta in “The King of Limbs” non si fa attendere a lungo. L’album è anzitutto l’ennesima conferma della straordinaria evoluzione di un gruppo, capace di spingersi lontanissimo da dov’era partito. Ai fan di prima generazione, quelli di The Bends e Ok Computer, tanto per intendersi, la batteria sincopata e i loop ipnotici di “Bloom”, (pezzo di apertura dell’album), lanciano un monito inequivocabile: “Lasciate ogni speranza voi che ascoltate”. Ma anche per tutti quelli che li hanno conosciuti e amati con Kid A e Amnesiac, l’album è quantomeno difficile da digerire al primo ascolto. Sono otto le tracce, (pochine a dire il vero dopo quatto anni di silenzio), scelte per The King of Limbs, che fin da subito sembra essere il più yorkiano tra i dischi realizzati dai Radiohead.
“Morning Mr Magpie”, con il suo coinvolgente riff di chitarra, piace da subito. “Little by little” e “Lotus Flower”, (quest’ultima scelta per il lancio del disco), sono invece due pezzi che ci restituiscono per qualche momento i Radiohead vecchia maniera, mentre “Feral” è il pezzo più elettronico dell’intero album; qui la voce di Thom Yorke si fa struggente lamento, sovrapponendosi e mischiandosi all’incalzante loop di batteria. “Codex” sembra quasi un’autocitazione: il piano che accompagna Thom ricorda infatti, senza troppi sforzi d’immaginazione, quello di “Pyramid Song”.
L’album si chiude con la bellissima “Separator” che recita così: “If you yhink it’s over then you’re wrong” (Se pensi che sia finita, ti sbagli). Se sia un monito o l’indizio che lascia presagire l’imminente pubblicazione di un seguito, sarà solo il tempo a dirlo. Così come sarà il tempo a dirci se siamo in presenza dell’ennesimo capolavoro dei Radiohead, o semplicemente di un album che piace ma non incanta.
(Alberto Di Martino)
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Un disco cyborg, ecco cos’è The King Of Limbs. I Radiohead hanno (ri)fatto a pezzi il loro sound, lo hanno smembrato, deframmentato, sono andati ancora più in profondità dentro la loro musica, un lento processo di autoerosione che li ha portati ad essere ancora più (incredibile ma vero!) minimali di quanto già non fossero stati tra i solchi di In Rainbows. Un umanoide con l’anima, un robot che sanguina, un disco a tratti freddo come il bisturi di un chirurgo e a tratti emozionante come un vecchia foto ingiallita che ti ritrae bambino. La voce di Thom Yorke è l’elemento umano dell’album, l’unico appiglio a cui aggrapparsi in un inferno meccanico di loop impazziti, suoni di origine sconosciuta, strumenti distrutti e ricomposti secondo la lucida follia compositiva dei 5 di Oxford. In “Bloom” e “Morning Mr. Magpie” metteranno a dura prova i vostri neuroni, iper-sollecitati da ondate di loop, strati di synth, e melodie trasversali, “Little By Little” vi cullerà tra puro Kid A sound e black music, prima della schizzatissima “Feral” che precede e carica ad arte l’esplosione controllata del singolo “Lotus Flower”, sospesa perfettamente tra elettronica e melodia celestiale. La splendida “Codex” (la nuova “Pyramid Song”?) è una gemma di accecante bellezza, costruita sull’alchimia perfetta tra piano e voce, mentre “Give Up The Ghost” e “Separator” chiudono l’album con i sorprendenti echi folk distanti anni luce della prima e l’inaspettato slancio “pop” della seconda. Strepitosa la parabola che i 5 disegnano in soli 38 minuti, dal sound freddo, cupo, totalmente elettronico delle prime 4 tracce, agli spazi aperti e illuminati della seconda metà. Dimenticate i Radiohead pre Kid A, in gran parte del disco la voce di Thom, ritornata a livelli espressivi di lontana memoria, combatte contro un suono totalmente elettronico, che culmina con il climax di “Feral”. Da “Lotus Flower” in poi qualcosa cambia, la band apre ad un sound più organico, a metà tra Amnesiac ed In Rainbows. I Radiohead erano una band, di cui oggi rimangono milioni di file audio-video che provano che quella band è esistita veramente e non l’abbiamo sognata, ma oggi quella band è mutata, ha cambiato stato, aleggia nell’aria, nelle idee, nei ricordi. Come un’entità che ogni tanto rilascia prove tangibili della sua esistenza a noi che ancora calpestiamo questo suolo, sotto forma di dischi splendidi come questo, come schegge impazzite di un puzzle sonoro ancora da rivelare completamente. D’altronde “If You Think This Is Over, Then You’re Wrong”.
(Andrea Gnani)
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Sono i Vincent Van Gogh della musica, i Radiohead. Il loro percorso artistico non è inquadrabile in discorsi di genere, o scena, o corrente. La gestione della loro produzione devia dalle usuali – e vetuste – logiche del mercato discografico. Certo, i Radiohead possono permetterselo, i loro epigoni di Civitavecchia no. Ma certe cose bisogna guadagnarsele e nulla si può rinfacciare ai cinque di Oxford da questo punto di vista. Ora arriva The King of Limbs, senza alcun preavviso, manco un cartello “lavori in corso”. Giusto una mail inviata ai fan una settimana prima di aprire i rubinetti del download, quando gli strumenti sono già nelle loro custodie. Viene smontato l’ultimo ingranaggio della macchina commerciale: il teasing. Sempre che TKOL non sia esso stesso un teaser, dato che è più un EP lungo che un album intero; in effetti, è un lavoro che sembra semplicemente dire: “ecco la strada che abbiamo intrapreso”. Da Van Gogh, i Radiohead hanno assimilato l’arte dell’autoritratto. Il pittore olandese ritrasse se stesso quasi 40 volte, 40 copie del proprio viso, e però nessuna uguale all’altra, ognuna aveva la sua anima. Basti pensare all’accoppiata Kid A/Amnesiac. The King of Limbs non è inferiore a In Rainbows, si muove lungo gli stessi muri di minimalismo rock, assediati a questo giro da rampicanti di elettronica minimale: i due album sono due espressioni dello stesso volto, sul quale il sole getta ombre diverse. Non si può accusare i Radiohead di segnare il passo, significherebbe ignorare che la loro è una musica di emozioni, non di ricerca formale. La forma è solo uno strumento funzionale alla tensione drammatica del messaggio. Fino a quando Thom Yorke e soci riusciranno a scrivere pezzi come “Codex”, ballata dal pathos sospeso che ti impedisce persino di respirare per paura di spezzarne la delicata melodia; finché la loro musica continuerà a insinuarsi nella sottile intercapedine tra cute e muscoli per dare tremori e brividi a chi l’ascolta, significherà che la loro ispirazione non è stagnante, non stanno lucrando sulle tasche dei fan, non ripetono meccanicamente stilemi fossilizzati dal tempo. The King of Limbs non è un capolavoro, non ne chiedo nemmeno più da parte loro, ma è un album affascinante. E ciò mi basta.
(Francesco Morstabilini)
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I Radiohead si nascondono, tornano e ci lasciano poco più di mezz’ora per assaporare il loro ultimo capolavoro.
The King of Limbs è quel che ci si aspettava dalla band di Oxford: un album ipnotico, intimo, minimale e dal difficile ascolto.
Esempio ne è l’iniziale “Bloom” dove la voce di Yorke va ad addolcire la frenetica batteria che accompagna l’intero brano, creando un’atmosfera evanescente.
Tuttavia non credo sia giusto smembrare questo disco ed analizzarlo pezzo per pezzo, merita ascolti attenti, ascolti rilassati, non ispezioni o altro. Le emozioni sono quelle che solo un album dei Radiohead sa dare, muovendosi tra semplicità, ricerca e costante trasformazione.
Qualche altra riga va dedicata a “Codex” vera meraviglia di questo disco: una canzone per voce e pianoforte e nella quale intervengono archi e fiati a creare un’aria calma e limpida.
“Slide your hand, jump off the end”.
(Federico Sirini)
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I Radiohead sono, e sono sempre stati, per me, una vera bomba nel cuore.
Capaci di farti esplodere il petto con un solo minuscolo dettaglio elettrico, o di farti naufragare lentamente verso la deflagrazione accarezzandoti con un bianco pianoforte, o di tirarti di qua e di là come un elastico, tendendoti i muscoli con la schizofrenica precisione dei loro testi.
I Radiohead sono sempre stati la musica delle situazioni Capitali. Importanti. Forti. Così come è diversificata, stratificata, varia la produzione dei Radiohead, allo stesso modo sono diverse le reazioni e le percezioni che ogni loro disco genera: allucinazione (Pablo Honey), distanza (Kid A), uscita da sé (In Rainbows), giusto per fare esempi personali.
The King of Limbs non mi ha lasciato spiazzata: riprendendo le fila del disco precedente, e dell’esperienza solista di Yorke, i Radiohead spezzano ancora di più la forma canzone, traghettandola verso distese rarefatte di suoni prettamente elettronici – salvo ritornare sui propri passi in episodi più rassicuranti, vedi la (pur bella) “Little by Little”. Ogni suono è la tessera di un puzzle, e durante l’ascolto l’attenzione non deve venir meno.
Perché questo è un disco bianco sporco in cui predominano gli ossimori, il calore di sonorità fredde, la potenza di parole mescolate, incollate, incomprensibili e che proprio per questo prendono alla gola, la sincope urticante che si avverte anche quando tutto sembra sciogliersi in una ballata bellissima (“Codex”).
E se non ti accorgi di come lettere e note sono disposte, se non dai tempo al disco di rallentare il corso del sangue nelle vene, rischi di perderti tutto, di pensare che i Radiohead hanno fatto un disco bello ma transitorio, in cui la confusione del cambiamento è stata azzittita senza rinnovarsi.
Errore, perché The King of Limbs è un mondo nuovo; il mondo disomogeneo delle paure, ma vissute con una maturità diversa, una sorta di rassegnazione ripetuta (“don’t hurt me”, che fa eco ossessivamente in “Give Up The Ghost”), e una lentezza, nel percepire il dolore, che quasi ti fa dubitare che esso sia vivo.
Il dolore è vivo. I Radiohead non possono tacere, non si tradiscono. Ma è un dolore diverso: non colpisce dritto in faccia, come in passato. Semmai, toglie la terra sotto i piedi e, come nell’ultima traccia, “Separator”, si rischia di cadere.
Ascoltate tante volte questo disco, col volume alto, la penombra, e gli occhi aperti. Vi contorcerà le budella, vi farà cambiare idea, vi farà scavare dentro voi stessi. Bentornati, Radiohead.
(Giulia Delprato)
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Ancora una volta la band più importante del pianeta ha sorpreso tutti. Lo ha fatto pubblicando il nuovo disco The King of Limbs il 18 Febbraio, anticipato solo da un messaggio sul loro sito ufficiale, circa una settimana prima. L’album, che contiene solo 8 canzoni (quindi è lecito aspettarsi un probabile successore), sicuramente troverà pareri discordanti anche tra i fan più accaniti. Come è giusto che sia, del resto.
Si parte con “Bloom”: un timido intro di pianoforte ed un compulsivo beat che l’accompagna per tutto il resto del brano. Molto stile “The Eraser”.
‘Morning Mr. Magpie’: un riff di chitarra e qualche interessante apertura melodica per un brano abbastanza simile al precedente.
‘Little By Little‘: bella la linea vocale con un’interessante uso delle percussioni insieme ai synth. Meraviglioso.
“Feral”: il pezzo più sperimentale dell’album. Elettronica pura con degli intermezzi vocali di Thom.
‘Lotus Flower‘: primo singolo del cd. Basso imponente di Colin Greenwood unito alla solita voce onirica di Thom, per un brano sognante. É in pezzi come questi che capisci il perchè loro sono la band più innovativa dell’ultimo decennio.
“Codex”: lo ammetto: durante questo brano, che non sfigurerebbe all’interno di Kid A, ho pianto. Il pianoforte, lo strumento principale, in un brano commovente. Sicuramente il più bello del disco.
‘Give Up The Ghost‘: atmosfera nuovamente rilassata, uccellini in sottofondo e chitarra acustica per un brano ambient.
‘Separator’: in chiusura un altro brano molto tranquillo, in netto contrasto con l’inizio molto frenetico e nervoso. A mio avviso, il brano meno riuscito dell’album.
Era lecito aspettarsi un album spiazzante e siamo stati accontentati. Di sicuro alcuni brani possono ricordare le sonorità dei precedenti album mentre in altri c’è una nuova svolta. Un nuovo passo in avanti, verso un futuro ancora da scoprire. Brani come “Codex”, “Lotus Flower”, nè sono un esempio. Un album che deve essere ascoltato moltissime volte per essere assimilato e sono certo che non verrà ricordato come l’album migliore della band. Detto questo, dopo tre ascolti, lo preferisco nettamente a In Rainbows e sono certo che continuerà a stupirmi ogni volta che lo ascolterò.
Geniali e innovativi, sono termini ormai fin troppo abusati. Per loro non è mai stato così. Attendiamo fiduciosi il prossimo capitolo ed intanto, godetevi un altro saggio di innovazione.
(Cristian Zaffaroni)
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The King of the Limbs è l’immagine di un re che, dopo aver osservato cosa succede nel suo regno musicale, ha deciso di prendere parola. Ed i Radiohead insieme a lui. Le otto canzoni di King of the Limbs sono inchiostrate di post rock e trip hop (“Bloom ,“Morning Mr Pie” e “Little by little) che non rinunciano alla vocalità di Thom Yorke. Da sempre garanzia di nostalgia e romanticismo. “Feral” tiene alta la bandiera del post-rock alla Radiohead. Dal fondo del mare arriva la eco vocale. Il cantato è etereo, spezzettato, onirico. Incisioni da un altro mondo. Ed è un Yorke spettacolare, da brividi.
I suoni più innovativi e moderni vengono temporaneamente messi da parte per abbracciare quelli più classici. Il pianoforte malinconico in “Codex”, ad esempio. La canzone è un riverbero di suoni, sensazioni, colori. “The water is clear and innocent” canta Yorke mentre si immerge nel mare della musica. La sperimentazione che si lega all’elemento naturale. Senza dubbio il pezzo migliore dell’album.
“Give up the Ghosts” è una ninnananna dai toni oscuri, ancorata ad un doppio intreccio melodico. In sottofondo, la voce di Yorke ci fa sognare, cullandoci e sussurrandoci “don’t worry “. Sovraincisa invece, parla delle angosce. The King of the Limbs è un album che, come due specchi, riflette costantemente luce ed ombra, angoscia ed ottimismo. E’ una partita infinita sotto le spoglie di un continuo vortice musicale. Pochi artisti hanno la sensibilità artistica che permette di cogliere quello che li circonda per poi riversarlo in musica. I Radiohead sono fra quelle eccezioni. Fotografando, con pazienza ed estrema precisione, ottengono un collage perfetto. Le tessere che la band mette sul tavolo sono esistenziali (le paure frutto della crisi, il futuro nero) e musicali.
Ascoltando TKOL si colgono tante referenze. Il trip hop della scuola di Bristol, il post rock scozzese ed americano e un certo indie rock canadese. Il percorso musicale dei Radiohead è ascolto, assimilamento e svisceramento di suoni che superano le proprie influenze. Uno sforzo epico, che riesce a pochi gruppi. I ragazzi di Oxford sono fra questi. E così riprendiamo il brutto viziaccio dei giornalisti rock ed appiccichiamo un’etichetta alla band: I Radiohead sono i nuovi Pink Floyd del 2000.
(Giorgia Furfaro)
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Che poi questo disco si può dire sia sbucato fuori dal nulla. La band conta milioni di fan eppure non una notizia era circolata, già questo mi sembra sufficiente per riconoscerne il genio. I Radiohead hanno sempre dimostrato di sapersi servire del web 2.0 meglio di chiunque altro e stavolta, annunciando il disco a pochi giorni dall’uscita, hanno scelto di ridurre al minimo lo spazio per fisime e teoremi sul loro nuovo album, e anche per questo non li ringrazieremo mai abbastanza.
In The King of Limbs ci sono momenti di sperimentazione pura sulla scia di Amnesiac, suoni dubstep e glitch, intrecci sonori imprevedibili che ricordano Flying Lotus (“Bloom”, “Feral”) e lasciano smarriti i fan che si ostinano ancora ad avere un approccio laico alla band di Oxford.
Poi ci sono quei brani in cui più semplicemente i Radiohead fanno i Radiohead (“Little By Little”,”Lotus Flower”), con in più la maturità artistica di chi trascende ogni genere musicale, e fra tutte le band al mondo che ci provano bisogna ammettere che loro sono sempre quelli a cui riesce meglio. Un indizio di quello che avremmo trovato lo aveva dato già Yorke col suo disco solista, ma qua a mettere in mostra il proprio percorso evolutivo sono anche e soprattutto gli altri membri della band, su tutti Selway e Greenwood nella cura degli arrangiamenti.
Per vari motivi la sensazione generale che dà The King of Limbs è comunque quella di sembrare un’“opera minore” pur se con tutte le virgolette del caso, un episodio transitorio in attesa che il gruppo arrivi a definire una nuova svolta, magari quella in cui spariranno del tutto i legami col pop e rock come siamo abituato a pensarlo. Il disco dei quarantenni Radiohead non è certo dei più accessibili e le prime sensazioni sono al solito contrastanti, i brani crescono ascolto dopo ascolto lasciando intuire la loro portata ma difficilmente entusiasmano. Ormai definitivamente oltre il bene e il male eppure sempre qualche passo avanti rispetto ai comuni mortali, con loro non ha più senso affrettarsi a stroncare o urlare al miracolo: l’unico modo per cogliere il vero valore dei dischi dei Radiohead è quello prender tempo per assimilarlo come si deve.
Una considerazione finale per “Separator”, con l’irresistibile batteria funky e che rappresenta l’imprescindibile e “tradizionale” ultima traccia del disco: in un rigurgito di dietrologia volevo avvisare anche se di sicuro non ce ne sarà bisogno che l’inciso del pezzo ripete “If you think this is over, then you’re wrong”. Così, per dire.
(Alberto Mazzanti)








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