A memoria non ricordo di aver mai ascoltato un livello così elevato di eclettismo in un esordio. Se è vero che ci troviamo in un mondo di fenomeni precoci è anche vero che questi ci lasciano basiti per la loro “diversità” e la loro esplosione quasi dal nulla, senza né un preavviso, né un’indicazione premonitrice. Chi vede queste rare capacità e ne nota il grande potenziale difficilmente viene a scommettere su un punto interrogativo e questo è il merito che va attribuito a chi, nella Domino, è riuscito a tirare fuori dall’acqua un pesce di tale portata.
Anna Calvi è un rarissimo esempio di grande versatilità e talento cresciuto in maniera repentina, senza pericolose accelerazioni fuori controllo o brusche frenate. La velocità giusta al ritmo giusto. Quando un’artista del genere viene per caso o per scelta accostata al genere pop, non si può far altro che notare quanto, in anticipo sui tempi di maturazione dei prodotti musicali (soprattutto per quanto riguarda i prodotti provenienti da oltremanica), sia la rilevanza di questo omonimo. In dieci brani si possono riconoscere tutti i caratteri di una straordinaria originalità che, più che colpire la vena critica, va dritta a smuovere la sensibilità dell’ascoltatore senza minimamente dare alle fiamme uno schema più che ordinario della musica in generale. Ovviamente, volendo avanzare paragoni di sorta, si può mettere questa bravissima artista inglese a confronto con molte altre grandi figure del rock; chi dice Pj Harvey, chi Siouxie, ma a sentire la soffice melodia arida di “Rider to the sea” e i sommessi gorgoglii lirici di “No more words” ci troviamo su un sentiero non molto esplorato dal rock in rosa che, anche soffrendo di continui rimandi storici, trova un’evoluzione inaspettata e un incredibile appeal nella voce bollente della Calvi. Un registro che funziona alla grande anche nella eccellente “Desire”, che si avvale, oltre ad una ritmica avvolgente, del background vocale di Brian Eno. La formula sembra la più adatta e stilisticamente perfetta per le corde di Anna e l’episodio di “Suzanne & I”, forse il più riuscito dell’intero lavoro, è un brillante di rara luminosità. Il tutto ovviamente, necessita di uno spazio rilassante che non conceda nulla alla rabbia giovane ed artistica della musicista inglese e le blande e sonnacchiose arie di “First we kiss” funzionano bene in questo senso, salvo poi distorcersi leggermente con un azzeccatissimo crescendo che conduce direttamente alle liquide ritmiche di “Blackout”, dopo gli spasmi molto dark di “The devil”. Il fascino di questo lavoro è probabilmente la grande tensione ed il senso di malcelata rabbia tra le sue note e lo si può intuire anche tra i giocosi risvolti di “I’ll be your man”. Un copione che funziona benissimo anche nella finale “Love won’t be leaving” che chiude in maniera adeguata un disco di inimmaginabile potenza e gratificante bontà.
Anna Calvi trova la sua naturale collocazione in un quadro non ancora ben esplorato e con grande compattezza ed omogeneità mette in musica il proprio talento senza risparmiarsi o mortificare le sue capacità. Questo lavoro omonimo è un esordio sopra le righe e con tutte le carte in regola per diventare la sorpresa di questo 2011 e un trampolino di lancio per un’artista dalle enormi potenzialità, una scommessa sicura che consegna la vittoria a tutti coloro che nutrivano belle speranze su di lei, ma soprattutto all’ascoltatore che difficilmente potrà togliere l’orecchio dalle sue note.
(Lorenzo Tagliaferri)








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