Questa sarà una recensione fatta di spunti, e di citazioni.
Forse perché proprio di rimandi e richiami (a volte, troppi) è fatto questo secondo disco dei casertani Psychopathic Romantics; e c’è da dire, un nome = un programma.
La “psicopatìa” si ritrova infatti declinata in una certa non sgradevole schizofrenia che spinge i nostri musicisti a toccare una vastità di suoni, toni, registri e colori impressionante, senza perdere affatto il loro caratteristico tocco sarcastico, affidato in particolare alla voce (molto bella) del frontman Mario ‘Dust’ La Porta.
Nel tirare le fila di questo album dedicato al confronto fra istinto e intelletto, fra uomo e madre natura, fra desiderio bruciante e quiete dell’anima, gli Psychopathic Romantics danno vita a un mondo reale solo per metà, come una scissione del concreto in tante piccole parti, scelte, selezionate e ricomposte poi in quadri complessi, ambiziosi, ricchi fino a risultare in alcuni momenti barocchi e francamente eccessivi.
C’è da muoversi con cautela, e lasciare che più ascolti creino lo spazio necessario a considerare Pretty Prizes nei suoi pregi e nei suoi difetti.
Citazione numero uno.
Come ebbe a dire in tutt’altro contesto un tale professore di cui non faccio il nome, c’è un momento particolarmente “felice” in questo disco, quella terza traccia a nome “Transparent Smiles” che mi ha letteralmente deliziato non appena ascoltata: non so se scavo in angoli troppo bui delle vostre soffitte musicali, ma avete presenti i primi primi primissimi Genesis?
Quando c’era Peter Gabriel, sì, ma ancora nessuna traccia di Steve Hackett e il fresco pensionato Phil Collins?
Ecco, se ascoltate questa canzone non possono che tornarvi in mente, come una piacevole sensazione di calore, come le foto dei vostri genitori ritrovate in un vecchio scatolone.
“Transparent Smiles” è bellissima, sul serio: miscela il meglio del post-rock “classico” con Peter Gabriel, le chitarre acustiche di certe aperture con crepacci bui di chitarra elettrica, l’intreccio sognante di doppie voci con repentini cambi di ritmo.
É stato il primo brano che ho ascoltato, e se avete anche solo un minimo d’amore per il progressive rock, vi catturerà irrimediabilmente.
Citazione numero due.
Vi è mai capitato di essere così disperatamente soli da aggiungere sul noto social network color puffo persone mai viste né sentite, invogliati da un’emblematica foto profilo?
Insomma, sapete com’è il gioco… splendide silfidi, ninfe di mitologica bellezza richiedono la vostra amicizia e voi accettate di buon grado, salvo poi scoprire che si tratta di balene occhialute o tristi nerd dentuti morti di… okay, avete capito.
Col disco degli Psychopathic Romantics mi è capitata un po’ la stessa cosa: mi sono infatuata di loro, catturata dalle note originalissime di “Mother Nature’s Latest Madness”, ho incominciato a scrivere la recensione un po’ come l’avete potuta leggere sopra, e poi mi sono resa conto della discontinuità, e di una certa forzatura, presente in alcune tracce.
Ad esempio, “Free Barabbas”: per carità, la sperimentazione ci piace eccome (e qui sarebbe d’obbligo una terza citazione, ma non la farò), ma c’è un limite a tutto.
Le cornamuse che a metà del brano intonano “Tu Scendi Dalle Stelle…” sì, ehm, interessanti…
E c’è da dire che mi è capitato di leggere molte recensioni che invece trovavano favolosa quest’invenzione, ma sarà che io sono una noiosa conservatrice anticlericale o che da piccola mi costringevano ad andare in giro per casa con una candelina in mano cantando simili natalizie melodie, per cui i casertani qua mi trovano disapprovante e un poco stranita.
Citazione numero tre.
“Tutto scorre” – ossia, cambia.
Avrò ascoltato questo disco almeno venti volte, arrivando in ritardo sui tempi di consegna della recensione, pensandoci e ripensandoci, portandomelo dietro mentre andavo all’università e facendolo sentire in giro.
E lo devo dire, infine, mi piace.
Quando l’esercizio di stile non sfora e va a finire in ripetizioni di certe strutture o in acrobazie troppo esagerate, gli Psychopathic Romantics risultano essere un gruppo di musicisti notevoli, dotati di buone idee e di momenti molto buoni (oltre alla già citata Transparent Smiles, la conturbante e jazzistica “Silent Venom”, o la dolce e conclusiva “21″), che va ad occupare un terreno simile a quello in cui bazzicano gente come gli …A Toys Orchestra, portando una ventata di coraggio nell’ambiente alternativo italiano, recuperando ciò che di bello c’è in un passato oggi forse un po’ bistrattato.
Citazione numero quattro.
“Sempre ascoltare, poi giudicare”.
Buon ascolto!
(Giulia Delprato)







