Carlot-ta suona il piano: ha cominciato a 5 anni e ora ne ha 20. Suona pure la chitarra e si diletta con tastierine e giocattoli elettronici che fanno loop sonori. E canta, eccome se canta, in italiano, inglese e anche francese con una dizione pressoché perfetta.
Non so voi, ma quando mi sono trovato per la prima volta davanti alla figura di questa giovane polistrumentista esordiente mi si sono vaporizzati in testa diversi dubbi e interrogativi sulle possibilità di carriera artistica per una ragazza in Italia, anche in ambito indipendente, e su un’altra cosa che l’odierna “hipsteria” di massa degli ultimi anni ha un po’ relegato in secondo piano, ovvero il talento. Nello specifico: quanto impegno è necessario per riuscire a emergere almeno nel mondo indie e quanto cambiano questi prerequisiti fra uomini e donne?
Per esempio, quanti gruppini formati interamente da ragazzotti che sanno a malapena strimpellare o sbatacchiare i loro strumenti si ritrovano, da un giorno all’altro, sulle bocche di tutti, e magari sotto contratto, soltanto perché son quasi decenti nell’imitare l’ultima new sensation d’oltremanica o d’oltreoceano (che nel frattempo starà già diventando “old”)? E quanti di questi hanno suonato al premio Tenco e aperto i concerti di Cocorosie, Morgan, Kaki King, Nada, Massimo Volume e Paolo Benvegnù?
Ci sarebbe, inoltre, da chiedersi cosa dovrebbe fare la vercellese Carlotta Sillano se quelle due cifre indicanti la sua età non fossero così piccine: il suo percorso sarebbe più facile? Ho l’impressione che una Carlotta Sillano con 5 o 10 anni in più probabilmente faticherebbe assai per trovare un ingaggio decente in questo stupido paese dove le “galline vecchie” non fanno mai buon brodo. Nel migliore di casi si ritroverebbe a elemosinare un posticino in uno squallido talent show dove si cantano allo sfinimento i pezzi di Giorgia e ci si umilia con pratiche che con la musica non hanno nulla a che vedere. Credo che di Carlotta Sillano di questo tipo ce ne siano parecchie: andatevi a contare quante donne ci sono nei cataloghi delle etichette italiane, sfogliate le riviste, guardate le webzine come questa. E la colpa è anche di questo universo artistico più underground che ripete, in scala minore, le stesse dinamiche del mainstream e anzi forse la situazione è persino peggiore, come se le voci femminili fossero da snobbare in quanto esclusiva delle grandi etichette e delle stazioni radio commerciali.
Per nostra fortuna, Carlot-ta non solo ha l’età “giusta” ma anche un talento purissimo e un’ambizione d’internazionalità totalmente giustificata dalla maturità che traspare nel suo lavoro.
Perfezione: questa è la prima cosa che mi viene in mente riguardo “Make Me a Picture of the Sun” (edito dalla piccola label “AnnaTheGranny”). Non parlo di tecnica bensì dello studio, della cura certosina e della disinvoltura alla base di questo lavoro. La perfezione scaturisce dal senso di leggerezza che infonde questa musica: la giovane pianista gioca con le sue doti sopraffine, sperimenta suoni, suona l’organetto di Yann Tiersen, schiocca la lingua come una beatboxer, strilla e sibila come Björk, ride, sghignazza, piange e scherza con la sua ampia tavolozza facendoci sembrare semplici le sue acrobazie sonore. La sua musica diverte e appassiona proprio perché fatta con questi due ingredienti genuini, divertimento e passione appunto, che ci offre freschissimi, senza orpelli: dal produttore al consumatore. Pure nei momenti più scuri e potenzialmente pesanti, come la virtuosistica “Féroce et ridicule”, trova il guizzo per uscire dalla prevedibilità (in questo caso un lungo urlo acutissimo che coglie di sorpresa) o soluzioni intraprendenti e inusuali come la martellante e quasi industrial-trip-hoppica drum machine all’inizio della splendida “Bleedin’”.
Se poi proprio uno volesse stare a cavillare ci sarebbe da evidenziare la penuria di brani in italiano. Non lo dico per qualche forzato sentimento campanilista ma perché, ascoltando il gioioso brano “Pamphlet” (di cui esiste anche una versione inglese “Both With Thee”), si capisce come è in particolare nella nostra lingua che la voce di Carlot-ta risulta più brillante e ricca di sfaccettature. Ma questi sono rilievi tutto sommato inutili, dato che quest’opera prima, abbastanza breve (a metà strada fra un ep e un lp) serve più che altro a presentare l’artista anche se, probabilmente, la completa fioritura artistica è più vicina di quanto si creda.
La speranza è allora che questo scintillante biglietto da visita venga preso in considerazione da molti perché Make Me a Picture of the Sun, con la sua immediatezza e la sua onestà, non merita di rimanere nella nicchia. Servono persone dotate di tempra, carattere e “fame” per migliorare le cose e la scena alternativa può essere un buon punto di partenza per una riforma del sistema. Carlot-ta è una di queste e potrebbe essere davvero d’esempio per molte altre ragazze come lei.
Se non credete alle mie parole vi basta ascoltare le sue: la luminosa bellezza del suo esordio non potrà che farvi riporre in lei la più cieca fiducia.
(Francesco De Paoli)
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