Eppure ci ho provato. Giuro che ci ho provato. Ho ascoltato questo Per Ritrovare La Quiete una, due, tre, quattro, cinque volte. Ma non funziona, non lo digerisco. Lungi da me danneggiare i romani Runa Raido, che tra i solchi di questo album dimostrano di essere una band di qualità e spessore. Notevole la produzione, buone capacità compositive e i brani che denotano un ampio ventaglio di influenze sapientemente miscelate.
La band suona un rock alternativo dalle molteplici sfumature, passaggi di chiara matrice tricolore che richiamano band come Marlene Kuntz e (ahimè) Negramaro (questa schifosissima band ha fatto danni incalcolabili al nostro già disastrato panorama musicale) si alternano a sonorità che riportano ai Muse più sobri e ai primi, fantastici Biffy Clyro, influenza che sento soprattutto nei repentini cambi di registro delle canzoni, dove parti più distese e melodiche, cambi repentini di tempo e stacchi nervosi convivono serenamente nel giro di pochi secondi. Aggiungete che i ragazzi hanno assoluta padronanza degli strumenti e che Marco Vallecoccia ha una bella voce e canta bene e avrete il quadro (quasi) completo. Ed eccoci al punto, il quasi… ed è qui, il grande Bardo direbbe, che c’è l’intoppo (cit.). Ho letto molto sui Runa Raido, tante diverse opinioni, ma c’è una cosa su cui tutti o quasi sono concordi, ed è la qualità dei testi. Ed io purtroppo, sono proprio qui a sostenere che è proprio questo l’aspetto che non fa funzionare il disco. Premetto che non sono assolutamente amante del cantato in italiano e, oltretutto trovo particolarmente difficile scrivere un testo che sia contemporaneamente profondo ed efficace nella nostra lingua. Porto due esempi opposti di artisti italiani di cui apprezzo lo stile lirico. La prima è Elisa, che scrive testi semplici ma non banali, e gli dona una musicalità incredibile, e il secondo è Cristiano Godano, autore di testi complessi e criptici, ma che incredibilmente riesce ad adagiare su bellissime melodie trasversali. Questo è quello che manca ai Runa Raido. I testi delle canzoni sono profondi, misteriosi, sono molto (troppo) ricercati, ma non hanno nessun tipo di musicalità, anzi, combinati alla melodia e al tappeto sonoro creano un effetto ai limiti del fastidioso. Mi dispiace davvero dover sostenere una cosa del genere, ma è quello che penso riguardo ad un disco che avrebbe avuto tutto per funzionare, se solo si fosse data più importanza alla musicalità delle parole, anziché alla ricercatezza del linguaggio. Va detto che scrivere testi in italiano nel rock è veramente difficile, la banalità è sempre dietro l’angolo, ma credo che onestamente, dalle qualità che si intravedono qui, si potesse dedicare molta più attenzione a questo aspetto, e adesso sarei qui a parlare di un buon disco e basta. Ci sono infatti episodi molto interessanti come il rock tirato dell’opener “Fame”, la bellissima ballad “Seta” o la cover di “Prospettiva Nevski” del maestro Battiato; è vero che manca almeno una killer song che faccia spiccare ancora di più la qualità generale del disco, ma visto che stiamo parlando di un esordio sulla lunga distanza, non ne farei una tragedia. Bravi comunque questi Runa Raido, con qualche accorgimento, il prossimo disco potrebbe essere una piccola perla di rock italiano indipendente. E lo dico io che non amo il rock cantato in italiano, quindi fan del tricolore, appuntatevi il nome di questa band. In futuro potrebbero dare soddisfazioni a esterofili e non.
(Andrea Gnani)







