Simona Gretchen – Venti e Tre – (2011 – Trovarobato)

Published on giugno 3rd, 2011

Avevo già ascoltato il precedente Gretchen pensa troppo forte, ma non c’era stato nulla da fare. Mettiamola così, può darsi che sia un “nuovo caso”, magari la piega sversata dell’indie o la rivolta dei sensi che evocano paradossi e trucioli di pensieri ermetici, ma questa Simona Gretchen, rockeuse from Faenza, non convince per definizione, lascia indifferente sebbene premiata dal Mucchio e osannata da penne in cerca di rassicurazioni e conferme assolute, e Venti e Tre è il vinile sette pollici appena uscito e tirato in sole 500 copie, contiene due sole canzoni “Venti e tre” e, sul  lato b – si è scomodati pure i Velvet Underground nella cover di “Venus in furs”; non che le qualità della Gretchen siano spompate al di qua del post-moderno travestito da post rock, ma non creano quel semiotico paradosso abbastanza “grosso” da far urlare alla miracolistica express o all’evocazione delirante di una nuova “maledetta” che tra filosofia e pedaliere ci può turbare le notti elettro-insonni.

Quel che abbiamo invece sottomano, più che un asettico esercizio stilistico – ovviamente di origini e derivazioni altre e non proprie – sembra un “prova” atonica, di quelle che si registrano in cameretta “sognando di essere star sui grandi palchi”, quel limbo atmosferico che – ripeto nonostante gli sforzi – cerca di nascondere una palese mancanza di creatività dietro lo sfoggio di una serietà psichedelica e “rude”. L’artista Gretchen è ansiosa, trasmette turbamenti e paranoie, una specie di manna “al contrario” di divagazioni ombrose, bui presagi e torbide sensazioni, un senso ripetitivo d’angosce che in “Venti e tre” viene gettato in pasto a chitarre compresse, distorte dietro un parlato sloganistico, ossessivo, mentre “Venus in furs diventa un mantra medievale cantato da una Tori Amos sotto effetto di funghetti allucinogeni.

No, proprio non ci siamo, o meglio Simona Gretchen non c’è, è una delle tante eroine per caso che pullulano e fanno cucù dal di sotto dell’underground per provare a fare sensazione, mentre -  in controcanto – non fanno altro che favorire l’auto-illusione di sé stesse e di tante mediocri imitatrici.

Rock is dead? No, ma se si va avanti così l’ossigeno è vitale!

(Max Sannella)

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Non è vero che per fare un cantautorato maturo, che non si lasci trascinare in ingenui inni generazionali, incerte dissolvenze di amori andati a male e maledizioni wicca contro il sistema su cui è impresso il tessuto sociale, è necessario aver oltrepassato i 35 anni e almeno il terzo disco, ammesso che il secondo sia riuscito a sopravvivere agli stroncamenti della critica. Simona Gretchen a 22 anni e al suo album di debutto Gretchen pensa troppo forte ha dimostrato di essere perfettamente in linea con l’idea di un songwriting nato adulto, che non rimane incastrato tra le maglie di una perpetua sindrome da peter-pan e che esula assolutamente i temi e gli stilemi della scrittura al femminile, spesso troppo incazzata e solo superficialmente.

Nell’attesa del suo secondo album, Simona Darchini ci tiene all’erta con un vinile 7’’ a tiratura limitata dal titolo Venti e tre, con un brano per lato: la title-track e la cover di “Venus in furs” dei Velvet Underground, forse per non smentire gli echi dei paragoni con Nico e sconfessare, invece, quelli con Cristina Donà. In Venti e tre, mantiene diretto il legame con “Gretchen pensa troppo forte”, ma sembra, in qualche modo, voler trascendere il passato attraverso il superamento a una seconda fase del suo percorso da cantautrice, probabilmente dato anche dalla velocità con cui a vent’anni cambiano le cose e di come le responsabilità colgano di sorpresa. Il brano, infatti, oltre a recitare fino all’oblio “La mia giovinezza ha un fine, ma ha vita breve”, quasi a suggellare la riservata capacità della Darchini di saper distinguere i diversi gradi dei percorsi di formazione personale, anche musicalmente sembra diluire con ancor maggiore destrezza i suoni e le sue chitarre distorte, che tanto ci avevano costretto a batter piede e a dimenare il capo nel precedente album. La “Venus in furs” della faentina è tutt’altro che scontata, nonostante tenga fede al carattere forte e marcato che distingue la sua vena cantautorale; la sua rivisitazione, infatti, sottolinea gli aspetti più eterei del brano dei Velvet Underground con doppie voci e ritmi minimali.

Venti e tre è una porta aperta verso il futuro della giovane cantautrice, che spero non si faccia attendere ancora molto per l’uscita del nuovo album e non deluda le altissime aspettative poste su di lei, perché Simona Gretchen è un’indisciplinata sorpresa nel panorama musicale italiano e non deve smettere di pensare troppo forte.

(Simona Cannì)

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