Partiamo da una massima scontata ma tendenzialmente condivisibile: il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista (Michele Salvemini©). Che poi sia il terzo quello che ti può davvero tagliar le gambe è un altro discorso. Ci sono diversi modi per affrontare la seconda prova in studio. Se la prima è andata bene puoi farne uscire una versione “aggiornata”: il pubblico sarà felice di non essere stato spiazzato e buona parte della critica proverà a sorvolare per poi aspettarti al varco del disco successivo. Altrimenti puoi cercare di rinnovarti, così la critica apprezzerà lo sforzo ma probabilmente perderai buona parte del pubblico meno illuminato.
Già, davvero un bel casino. Se poi ti chiami Dario Brunori e col tuo esordio ti sei portato a casa un Premio Ciampi e una Targa Tenco, un minimo di ansia da prestazione in teoria dovresti sentirla. In teoria. Perché Dario Brunori, della premiata ditta Brunori SAS, sembra essere totalmente immune a tutto questo. Dopo l’ottimo Vol.1, il cantautore cosentino torna con l’inevitabile e doveroso secondo volume dedicato a tutti i Poveri Cristi del Paese. E siccome potenzialmente i destinatari del messaggio di questi tempi non mancano, eccoci tutti in fila per la benedizione. Dopo aver scattato nostalgiche istantanee sulla giovinezza, tra toni seppia ed echi di un’Italia più onesta e pulita, Brunori volge il suo sguardo verso ciò che la penisola è diventata e ne fa materia per dieci toccanti racconti in musica, dieci gemme di cantautorato ironico e struggente, dove i riferimenti sono certamente tra i più in voga ultimamente (Rino Gaetano, il miglior Lucio Dalla, Ivan Graziani, Francesco De Gregori) ma senza che si tentino pallide imitazioni. Partendo dunque da quanto di buono dimostrato in Vol.1, Brunori ci regala un disco certamente più maturo, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti, con un uso ben calibrato delle orchestrazioni di archi e fiati (lodevole il lavoro di Mirko Onofrio da questo punto di vista). Vol.2 – Poveri Cristi ha la grande dote di riuscire a camminare su un filo sottilmente in bilico tra malinconia e ironia, passando dall’aspirante suicida de “Il giovane Mario” (uno dei capolavori dell’album) che non ha fatto però i conti col solaio, all’amarezza di “Rosa e Tre capelli sul comò”, per poi regalarci un commovente ricordo del padre in “Bruno mio dove sei”, brano con la rara capacità di toglierti il fiato dal primo ascolto. “Lei, lui, Firenze” e “Una domenica notte” trasudano un’elegante leggerezza che sfocia nel divertissement in “Il suo sorriso” (in duetto con Dente). “Animal colletti”, con il bravo Dimartino, ha un tiro degno del primo Bennato o del già citato Graziani (imperdibile la versione live), mentre la conclusiva “Fra milioni di stelle” mette in luce il lato più trasognato di Brunori, che con questa dedica finale saluta tutti i poveri cristi d’Italia, rivolgendo un geniale pensiero “a chi è partito e si è perso e chi ha perso il partito”.
Vol.2 si candida così di diritto tra i migliori LP italiani del nuovo anno, confermando a pieni voti il talento dell’artista calabrese, il cui stile al contempo lirico e spietato lo pone certamente tra i più fulgidi talenti della cosiddetta Leva Cantautorale degli Anni Zero. Epicità del quotidiano, piccoli gesti, realismo evocativo, la precarietà emotiva e non solo delle nuove generazioni, il tutto filtrato attraverso lo sguardo profondo e ispirato del poeta. Perché questo dovrebbe fare un cantautore, perché questo sta alla base delle grandi canzoni. Le polaroid a scadenza ravvicinata, ritoccate coi MacBook Pro, lasciamole agli altri.
(Federico Anelli)








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