Pineda – Pineda (2011 – Deambula Rec.)

Published on giugno 17th, 2011

Per il nuovo progetto Pineda, capitanato da Marco Marzo Maracas alla chitarra e con Floriano Bocchino al piano rodhes, Moltheni smette i vecchi abiti da indie sing-songwriter all’italiana e ri-compare nelle nudità di Umberto Giardini dietro una batteria, come al suo debutto nel 1986 negli Hamilton, fondati con l’amico Andrea Medori. L’album è stato registrato a partire dalla fine di febbraio a Milano, presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, sotto la supervisione di Antonio “Cooper” Cupertino ed è uscito in versione vinile e cd. Pineda non canta, ma suona.

L’idea sembra quella di restituire ai suoni la loro dignità, di farli riemergere dal territorio raffermo del motivetto sanremese, indie o mainstream che sia, e di elevare lo status di musicista a una sfera più alta e diversa. I Pineda, con spiccata intelligenza, senza esagerazioni e con un certo savoir-faire, mettono in piedi un album/ep di sole sei tracce che volge apertamente lo sguardo al post-rock degli anni ’90 e al prog e alla psichedelia degli anni ’70. Ad ascoltare le sei tracce, infatti, è impossibile non pensare ai Tortoise, Soft machine, Doors, Exsplosion in the sky fino ad arrivare a percepire anche una sottile e gradita essenza dei francesi Ulan Bator nella bellissima “Touch me”. Ruolo predominante dell’intero album è indubbiamente quello della chitarra di Maracas, ma la fusione e la complicità complessiva dei tre artisti è degna di nota e spinge quasi a parlare di un vero e proprio concept-album, cosicché i sei brani fanno di “Pineda” un continuum ben tarato, che non viene mai a noia. Si comincia con “Give me some well-dressed reason” dal vorticoso crescendo per passare alla “ripresa” di “Domino”, sensibilmente ossessionata dalle cadenze prog e post-rock, e alla stupenda “Human behaviour”, che inizia a declinare le sonorità ulanbatoriane della già citata “Touch me” e in cui confluiscono, direttamente e senza passare dal via, i primi due brani, per arrivare alla delicata ed eterea “If god exist, he’s in the deep (part one) Lost in your arms while outside in all the world, It’s raining (part two)” che ci introduce alla conclusione di tutto rispetto dell’album, “Twelve universes”, summa psichedelica di questo debutto che speriamo maturi e ci dia un motivo in più “degli ex-Moltheni” per parlarne. La scelta dei Pineda non è stata delle più semplici, né delle più scontate perché da artisti che, a mio modesto parere, sono sempre stati più in là che di qua in direzione mainstream, non ci saremmo mai potuti aspettare un concept-album/ep che andasse controcorrente, che mettesse in discussione tutto ciò che era stato fatto fin’ora e che fruttasse, molto probabilmente, poco feedback tra i vecchi fan.

Umberto Giardini, ancor prima delle sue dichiarazioni, pare aver trovato la via di Damasco, insieme a Marco Marzo Maracas e a Floriano Bocchino, speriamo possa rivelarsi una nuova bella occasione, accanto ad altre poche eccellenze, per ossigenare il panorama della musica indipendente italiana, che pare vivere di etichette, ancor prima dei risultati.

(Simona Cannì)


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