Devono esser state delle belle giornate dalle parti di Londra o quanto meno ha piovuto poco, ci si è depressi meno, si ha avuto più tempo per guardare il mondo con occhi meno cinici o sotto una diversa luce o da una prospettiva del tutto differente dal passato. Mi chiedo cosa sia successo, nel frattempo, dopo la fine del tour di Primary Colors e mi immagino i cinque Horrors riscoprire la luce del giorno che finalmente ha il piacere di toccare i loro volti pallidi. Scoprire anche che, e soprattutto, per essere musicisti non bisogna per forza incanalare tutto il male, vero o presunto, che circola tra le strade della capitale inglese per poi pensare, con un pizzico di presunzione, di diventarne i portavoce assoluti.
La band capitanata da Faris Baldwan, come il Donnie Darko dell’omonimo film, si ritrova con questo nuovo disco catapultata per strada dopo una nottata passata in giro in stato catatonico e mentre il personaggio della pellicola indaga sugli incubi e sulle spaventose apparizioni che si manifestano durante i suoi sogni inquieti gli Horrors si immergono nella tiepida atmosfera mattutina dopo aver giocato la sera prima con le solite sostanze psicotrope riscoprendosi, nuovamente, diversi. Sembrano passati anni luce dall’album che li ha fatti scoprire al pubblico, siamo nel 2007 con Strange House, un disco di grezzo garage rock a tinte gotiche (solo nell’immaginario però), e un po’ più là rispetto ai retaggi post-punk e kraut-rock del precedente Primary Colors; In quel frangente c’era anche il tocco magico di un certo Geoff Barrow, intrippato fino al midollo con quelle atmosfere poi confluite anche nel suo progetto musicale a nome Beak>, le quali trame sonore però ritornano necessariamente in alcuni passaggi di questo nuovo disco come nel caso di “Monica gems”, nella tensione sonica che improvvisamente si scatena in “Endless Blue” oppure nella lunga “Moving further away” che potrebbe essere la metà buona di “Sea within Sea”, perchè in fondo le radici sono sempre quelle anche se l’albero ha generato frutti nuovi e succulenti. E allora il cambio di vedute, di suoni e di guardaroba è da ricercare nei brani che flirtano con le limpide architetture dei Simple Minds (l’iniziale “Changin the Rain” ed il primo singolo “Still Life” su tutte) e nondimeno baciano in bocca con una punta di lingua (d’altronde sono sempre dei tizi poco raccomandabili) gli Echo and the Bunnymen fuori dal trip oscuro degli anni ’80, vedasi alla voce “I Can See Through You” e “Dive in”. Nel finale poi si concedono un lento e lungo viaggio verso un sole psichedelico: “Oceans burning” solca l’aria che si fa via via più rarefatta e che diventa tutt’uno col respiro sottile che si incastra in gola.
Con Skying gli Horrors portano su un nuovo livello compositivo la sensibilità artistica che nei precedenti lavori era visibile ma non così accentuata forse perchè questa volta si producono da soli il disco come piccoli chimici alle prese con la formula casalinga di una nuova sostanza capace di materializzare le proprie fantasie con colori ora saturi e iperbolici ora tenui e tranquillizzanti ma con la reale consapevolezza di aver generato qualcosa di estremamente eccitante e senza rischio di bad trip.
(Antonio Capone)








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