Risparmio inutili preamboli sull’inarrestabile ritorno alle sonorità new wave che ha caratterizzato quest’ultimo decennio musicale. Ormai lo sappiamo, lo sapete, lo diamo per acquisito. Perché dunque tutto questo interesse intorno ai be forest e al loro felice (per così dire…) esordio Cold? Ma, soprattutto, chi sono i Be Forest? Trattasi di un giovanissimo trio di Pesaro (Costanza – voce e basso; Nicola e Erica – chitarra e batteria) i cui riferimenti musicali sono ben chiari fin dal nome della band. I Cure come luce guida e modello artistico/estetico. Ecco che allora “Be Forest” diventa un invito a puntare verso i 5 minuti e 55 di perfezione rappresentati da quella “A forest” pietra d’angolo della new wave inglese e del rock tout court. Meno diretto, forse, il riferimento nel titolo dell’album, anche se mi risulta difficile non pensare all’omonima bellissima traccia di Pornography. Il sound del gruppo marchigiano comunque sembra maggiormente legato ai Cure più prettamente post-punk (quelli di Seventeen seconds e Faith), con brani costruiti su un robusto corpo di basso-batteria avvolto da note di chitarra riverberate (mai un accordo, secondo i dettami di Robert Smith) che colorano di toni inquieti il tutto (“Florence” può, in questo senso, essere considerato il manifesto stilistico della band). A ciò va sommata la voce eterea di Costanza, che nei momenti più noise del disco richiama i My Bloody Valentine (“Buck & Crow” , “Your Specters”) o una versione virata in rosa (antico) degli Horrors (“Wild Brain”) , così come tornano invece alla mente i Cocteau Twins o persino i più recenti XX quando le melodie si fanno più soffuse (“Dust”, “Blind Boy”). Dark, new wave, shoegaze, dream-pop vanno a comporre una miscela che riesce nell’arduo tentativo di risultare costantemente affascinante e oscura, congelando il tutto in un’atmosfera asettica costruita riverbero su riverbero, mentre un’eco celestiale in lontananza ci guida lungo il sentiero incerto della foresta. Sì, quella foresta che però, in fondo, non è poi davvero quella. Perché i be forest, partendo dai contorni esili e sfuocati degli alberi immortalati nell’80, sanno abbandonare con padronanza il sentiero tracciato dai maestri volgendo continuamente lo sguardo altrove, fino a disegnare nuove forme che sanno porsi sulla linea di confine fra passato e presente in modo sempre convincente.
“Cold” è uno di quegli esordi per cui i critici musicali inglesi si sarebbero strappati le mutande e avrebbero raddoppiato la font size dei loro titoli di copertina. Questo è poco ma sicuro. Purtroppo però, o per fortuna, qui non c’è nessun NME pronto ad eleggerli l’ennesima next big thing del rock internazionale. Almeno per ora. Al massimo potrebbe capitargli di finire all’interno della famigerate classifiche di XL che tanto ci commuovono per profondità di analisi e fervore critico (e chiedo scusa per la mia disattenzione qualora ciò fosse già avvenuto). Che il Diavolo gliene scampi.
(Federico Anelli)








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