Parlare di nu-folk è una di quelle cose che non stancano mai, specie se come focus si ha un autore o un’autrice che raramente sbagliano dove mettere il senso innato della bellezza e al servizio di chi aveva creato subbuglio con il precedente Shadow of an empire - a detta di tanti ammiratori – per una sua sbandata elettrica, ed ora, o per un pentimento o per una sua testardaggine, nel nuovo 100 acres of Sycamore Fionn Regan stacca la spina e ritorna al suono ecologico, a quell’acustico vernissage che gli ha dato il potere di una luce propria.
Partito in sordina il folksinger Dublinese si è fatto diciamo le ossa sui nembi e gli accumuli di tanta energia basale Dylaniana, ma senza le istruzioni per l’uso di rivalse sociali o arcadie boschive da contemplare, la sua “strada” principale è quella di una ricerca melodica elegante e amorevole accompagnata da una voce senza sbavature, schietta e fedele che da del tu ad ogni ascolto in avvicinamento; volendo ritroviamo anche l’estetica Drakeiana tra le pieghe cantautorali di questo giovane trentenne che vive dentro il folk anglosassone aperto a piccole ventate “sconosciute” e che nell’insieme donano mistero e beatitudine, una sorta di benessere uditivo che lenisce lo stress di chi, molti in questa scena, vogliono intromettersi senza avere minimamente le carte in regola e tantomeno “la discendenza”.
Ottimi ed ariosi gli interventi orchestrali che dilatano i fraseggi della title track e “The horses are sleeping”, sconfinate l’espansioni slow di “The lake district”, “For a nightingale”, i violini che ricamano l’amarezza di “Woodberry Cemetery” e il walzer impalpabile di “Golden light”, mentre per la parte “divinatoria” del finger picking ci pensano “Sow Mary bitch Vixen”, “List of distractions” ed il cerchio si chiude come gli occhi di chi ascolta, preda di visioni e leggerezze d’ anima che quest’artista acquerella con sorprendente delicatezza.
Ma spesso non si riesce a trasmettere fino in fondo l’aria salubre che un disco rilascia o meno, in questo caso la difficoltà si fa sentire e la cosa giusta da fare è avvicinarsi a Regan e respirare con lui la decadente bellezza della sua penna e la malinconia positiva dei suoi cerchi magici chiamati canzoni.
(Max Sannella)








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