Wild Beasts – Smother (2011 – Domino)

Published on settembre 14th, 2011

C’è poco da fare, io vado matto per le giovani band inglesi, è sempre stato così e lo è tuttora. Ogni volta mi ostino a riservare un ascolto all’ultimissima futura meteora britannica revival-qualcosa e new-qualcos’altro, anche se per la cronaca mi entusiasmo sempre meno. Mi riferisco ovviamente a quella carovana partita qualche tempo fa con The Libertines per terminare oggi con The Vaccinees, in mezzo alla quale ci si trovano decine di nomi di quelli che ci sembra di aver almeno sentito nominare ma ai quali già non riusciamo più ad associare alcun ricordo. Il fatto però è – mi perdonerete l’incredibile banalità – che la terra d’Albione ancora oggi offre molto più che una orda di facce da pub con quattro accordi in tasca e la brillante idea di mettere l’articolo nel nome della band. Prendete ad esempio i Wild Beasts: è soprattutto per rivelazioni di questo tipo che la musica inglese continua a guadagnarsi un credito ormai pressoché smisurato da queste parti.


I Wild Beasts vengono da Kendal e a dispetto di quel nome così hardcore si sono distinti per il suono raffinato anni luce dal garage rock da classifica di cui sopra. Già col primo disco si sono guadagnati tutte le copertine possibili e immaginabili mentre con il secondo è arrivata addirittura la nomination ai Mercury Prize, non esattamente un trattamento da emarginati dall’industria pop. Il merito di tanto hype lo si intuisce già al primo ascolto e sta quasi tutto nella straordinaria voce di Hayden Thorpe, talmente peculiare e duttile da servire al pari di uno strumento musicale vero e proprio.
Smother, terzo ed ultimo album dei Wild Beasts, da questo punto di vista è finora il disco che più ne esalta la capacità e lo dimostra già la prima traccia “Lion’s Share”, nella quale Thorpe mette in mostra un registro vocale che passa dal ricordare vagamente David Byrne fino all’assomigliare pericolosamente ad Antony Hegarty. Ma se il lirismo virtuoso di Thorpe era per i Wild Beasts già nell’ordine delle cose, è invece nel suono più sintetico, a scapito delle chitarre, oltre che negli umori di “Smother” che si nota un netto scarto rispetto ai precedenti. L’art-pop degli inglesi si è evoluto sempre più verso atmosfere smorzate ed emozioni trattenute a stento, ed occupa oggi uno spazio in penombra dal quale rivelarsi lentamente mentre sale il desiderio. Il percorso di ricerca dei Wild Beasts ha condotto fino al raggiungimento oggi di un equilibrio perfetto fra la violenza di certe confessioni scandalose (“I take you in the mouth/like a lion takes his game”) e l’eleganza composta dei suoni. “Smother” è equilibrio fra le pulsioni erotiche di “Plaything” ed il rigore marziale delle sue percussioni, fra la freddezza del tribalismo elettronico ed il calore della voce angelica di Thorpe, alla quale si aggiunge quella virile e baritonale ma altrettanto bella del bassista Fleming (“Deeper”, “Invisible”, “Burning”).
I giovani inglesi ricreano una calma sinistra che è dunque solo in superficie, ma paradossalmente danno soddisfazioni ancora più grandi quando in “Bed of Nails” sembrano lasciarsi andare all’amore dei fachiri come farebbero James Blake e The XX, e lo stesso si dica anche della tambureggiante “Reach A Bit Further” che in questo disco è un raro episodio di incontro fra il falsetto di Thorpe e il crooning di Fleming.

I Wild Beasts al terzo album sono un gruppo già maturo che senza dubbio spicca in una scena popolata da cloni, con una propria riconoscibile poetica che non ha più bisogno di mutuare pose da quelli che sono i classici riferimenti del pop più languido. Il loro ultimo “Smother” è un’opera complessa e ambigua, che gronda sensualità senza mai essere stucchevole nonostante il massiccio utilizzo del falsetto di Thorpe. Un disco importante e colto, un passo in avanti davvero insperato nella portata, e stavolta per i Wild Beasts fare meglio di così era praticamente impossibile.

(Alberto Mazzanti)

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