Cosa fa di una band una grande band? L’elenco sarebbe lungo ed in gran parte opinabile, ma proviamo a concentrarci su qualche elemento. Punto primo: ciò che fa di una band una grande band è il fatto che ogni album sfornato dalla suddetta, seppur non sia sempre un capolavoro, riesce comunque ad avere il sapore di un classico. Punto secondo: una grande band sa pescare da ogni angolo più remoto della storia del rock, miscelare il tutto e sintetizzarlo in un suono che rimbalzerà fra mille echi ma sarà sempre e comunque il suono di quella band. Punto terzo: una grande band scrive capolavori. Risultato: gli Wilco sono una grande band.
Prendiamo l’ultimo disco, il loro ottavo, appena uscito: The Whole Love. Non è una pietra miliare, diciamo subito. È un ottimo album, ma difficilmente entrerà negli annali della storia del rock (com’è successo invece per “Yankee Hotel Foxtrot e il successivo A Ghost Is Born). Eppure il sound ha la caratura del classico, non ce n’è. Non si contano le influenze e i rimandi, quasi da bignami del rock anglofono, ciò nonostante è al centopercento un’opera degli Wilco. Ovvio, poi possiamo trovare tutti i riferimenti che vogliamo, perché qui si va dai Radiohead (“Art Of Almost” su tutte, ma anche il singolo “I Might” richiama in parte Yorke e soci, con la sua batteria acida e il riff ossessivo di acustica che sfocia in dissonanze stoogesiane) alla psichedelia di “Sunloathe”, che fa esordire i Mercury Rev nel ’66. Lo spirito a stelle e strisce di Jeff Tweedy & Co. emerge invece chiaramente nel country-rock di “Black Moon” e “Rising Red Lung”, si fa struggente nell’andamento soul di “Open mind”, virando poi con classe verso il power-pop di “Dawned On Me” e “Born Alone”. C’è invece molta british invasion in “Capitol City” e nella title-track, a metà strada tra Beatles e Kinks. Posti in chiusura, a sigillare degnamente l’LP, i dodici minuti di “One Sunday Morning (Song For Jane Smiley’s Boyfriend)”, un lento scorrere ipnotico di chitarre acustiche e piano, con le spazzole a dettare il tempo, mentre “The Whole Love” si avvia lentamente alla conclusione.
Ci rimane addosso una bella sensazione, di un disco scritto (e, per la prima volta, prodotto) da una band che è ormai un’istituzione, senza che il peso di questa responsabilità diventi una zavorra in grado di affondare la voglia di sperimentare, sorprendere ed emozionare. Prova lampante di quanto detto è “Art of Almost”, il capolavoro di cui si parlava all’inizio. Sette minuti che partono kraut, con un funky in cortocircuito pronto ad essere sommerso da una coltre di mellotron, per sfociare poi in un soul sintetico degno dei migliori Radiohead, fino all’incontenibile esplosione acida del finale. Chiedere di più, francamente, sarebbe stato impossibile.
(Federico Anelli)








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