La notte è l’amante della controra, il finisterre delle visioni, dei lamenti e delle poetiche infiammate che, con i sospiri maledetti delle occasioni mancate, si eccitano sottovoce come un’osservanza organica che si va a masturbare, dolcemente, tra i gorghi d’esistenze inappagate (Nina Berberova).
Canzoni della notte e della controra è il primo disco in solitaria di Umberto Palazzo, timoniere dei Santo Niente nella versione indie-rock e in quella “mariacha” del El Santo Nada, e sono canzoni che fanno yo-yo tra ventre e cervello in un’alternanza di suggestioni opache e fumè, ideale trip che fa da copertina ad un’artista “sinfonico dentro” con un perfetto cesello esistenziale che odia la luce viva.
Ed è anche un disco canaglia, pregno di dilatazioni e concupiscenze teatrali che si aggirano ghiotte d’allucinazioni e sazie di vibrazioni, scarno e ricco nel contempo come quattro tagli su tela di Burri buttati lì a casaccio geniale; nove tracce ammalianti, da spogliare come una battona nel cono d’ombra del vizio, immaginario e psichedelico nel senso d’irraggiungibile, straordinariamente bello come una scheggia di poesia in un deserto d’intenti; un pathos misticheggiante dentro che esala profumi mediterranei e rituali nella stupenda rilettura di “Aloha” (tratta dall’album dei Santo Niente Il Fiore dell’Agave), è suono che lascia appiccicati ad un sole aperto il “sirtaki” che fa balzello in “La marcia dei Basilischi”, ci acceca di buio come in un passaggio a mezzanotte dei Bad Seed (“La luce cinerea dei led”) e si scioglie nell’ode looner-shoegazer che respira nebbia franco-napoletana a pieni polmoni (“Cafè chantant”).
Arriva “La controra” e con lei rinasce il battito della batteria che dispone a ventaglio tutta la sua ambientazione a dettare le leggi del ritmo, che batte un soffio di rock delicatissimo fino a recepire la fisica attinenza del volo in alto, verso la verticalità suprema delle opere d’arte circondata da cicale che frignano sotto il calore che sfuma e sfuma ancora.
Umberto Palazzo tra abbondanze e secchezze fa rinascere il diamante grezzo che è in lui, lo fa lucente e lo esporta, senza percorsi obbligati, tra anime e diavoli che non solo non hanno pace, ma che nemmeno la cercano. Lasciatemi ripetere: Capolavoro!
(Max Sannella)








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