Conosciuto come Roberto Dell’Era, è il bassista degli Afterhours e di lui attendevamo da un po’ l’esordio solista. Finalmente è arrivato. Pazzesco che davanti a un album così bello e profondo, mi venga in mente Francesca. Nel senso di Dellera. Perchè per il suo album da solo Roberto Dell’Era ha tolto l’apostrofo al cognome ed eliminato il nome, e arriva come un flash l’imitazione che Cinzia Leone faceva della procace attrice romana. Confessata questa debolezza, la spiego: Dellera nel senso di Francesca è un involucro, Dellera nel senso di Roberto è un contenuto. Poco è concesso, in questo disco, all’apparenza. È la colonna sonora originale di un percorso esistenziale e artistico, ma riesce a parlare a chiunque voglia prestare orecchio con l’attenzione dovuta. Perchè non è un disco che si ‘guarda’: è un disco da ascoltare attentamente, concentrati. E allora si viene presi da un vortice che gira lentamente, in modo da non stordirci, ma da accompagnarci in un esperienza musicale unica, quasi lisergica ma alla vecchia maniera, quella dei tempi buoni che prima o poi torneranno, perchè è un mosaico di esperienze diverse perfettamente amalgamate: c’è la migliore scena inglese degli anni recenti, c’è il miglior indie rock italiano che ne sbaraglia molti (“Il motivo di Sima”) ci sono deliri sperimentali (“Fine bobina – la memoria”) , echi beat di cui sentivamo nostalgia (“Le parole – rivoglio il mio disordine”) , ballate immerse nell’amore (“Ami lei o ami me”), e un tocco di psichedelia meravigliosamente dosato qua e là, che porta improvvisamente altrove.
Secondo quanto dichiarato in un’intervista, Dellera scrive in inglese e poi traduce: lui vive in Inghilterra, e lì ha registrato il disco alla vecchia maniera: studi analogici, nastri, riprese in diretta, e collaborazioni artistiche di alto profilo (Cesare Basile, Diego Mancino, Rodrigo d’Erasmo, Enrico Gabrielli e Tommaso Colliva). Ma nell’album resta solo un brano in lingua inglese, “Il tema di Tim & Tom”, che dichiariamo senza dubbio come il brano perfetto, almeno ad un primo ascolto. Perchè, nonostante cantato in una lingua che non è quella d’origine, è in effetti il più immediato, senza perdere d’intensità. E perfettamente anglosassone, anche. Come convive col resto? Benissimo. Perchè è la ciliegina sulla torta. I pezzi in italiano scavano in una profondità che l’inglese non avrebbe potuto rendere. Che bellezza perdersi in certe ballate che sanno di blu più che di blues (“Oceano pacifico blue”), che bellezza vedere colori mentre si ascoltano note e parole. E sentire perfino quell’ “You make me feel so real” di memoria disco-Sylvester trasformato in struggente arpeggio di chitarra nel finale di “Io e te”. In “La meraviglia” Dellera canta: “tu lo sai cosa manca tra noi: la meraviglia”. Qui, no.
David Drago








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