Tutta “colpa” di Sparklehorse – Intervista a Dustin O’Halloran (A Winged Victory For The Sullen)

Published on ottobre 13th, 2011

Dello splendido album omonimo degli   Winged Victory For The Sullen abbiamo già speso più di una buona parola (Qui la recensione), alle quali si aggiunge quest’intervista concessa da Dustin O’Halloran, che mette ancora più a fuoco la poetica del duo.

Recensendo il vostro primo disco ci è venuta voglia di consigliarne l’acquisto in formato vinile. Crediamo che in questo modo certe atmosfere “fuori dal tempo” verrebbero apprezzate in modo più profondo. Cosa pensi in proposito?
Il disco è stato concepito per suonare su vinile. Fin dal principio abbiamo deciso di non utilizzare i nostri studi di registrazione casalinghi e di registrare in spazi acustici reali. Abbiamo catturato il suono del pianoforte nella chiesa di Grunewald, che ha un riverbero incredibile, e gli strumenti a corda nei DDR Studios di Berlino, e mixato tutto assieme su nastri analogici. Abbiamo masterizzato il disco direttamente dai nastri originali… quello che si sente su vinile è il suono più fedele che si possa ottenere. Sentivamo di voler tornare indietro, uscire dall’era digitale e comporre un disco così come poteva essere fatto in tempi passati… è un disco di alta fedeltà e ne siamo fieri!

Com’è nato il vostro sodalizio artistico?
Ci siamo incontrati in Italia, ad un concerto di Sparklehorse. A quel tempo vivevo nel vostro Paese e il mio fantastico ingegnere del suono, nonché amico, Francesco Donadello (The Scientist), era amico di Adam. Lui e la sua ex moglie Christina erano il gruppo di apertura di Sparklehorse quella sera. Christina realizzò per lo spettacolo alcuni effetti visivi straordinari e parlai con lei per cercare una possibile collaborazione per un mio progetto solista. Fu così che Adam sentì la mia musica mentre lei stava lavorando sulla cosa. Poi mi mandò dei brani suoi e diventammo reciprocamente fan. Circa un anno dopo decidemmo di provare a fare qualcosa insieme, non sapendo cosa ne sarebbe venuto fuori – una canzone, un paio di brani. Venne a Berlino, dove vivo ora e dopo pochi giorni avevamo già un canovaccio di canzoni. È stato tutto molto chiaro fin dall’inizio, c’è una buona chimica tra noi.

“Una vittoria alata per l’imbronciato”, puoi raccontarci la genesi di un nome tanto particolare?
I nomi delle band sono una delle cose più difficili da stabilire. Abbiamo pensato a questo in particolare solo una volta definito il nostro suono… qualcosa di solenne ed elegante, ma anche indolente e sospeso. Siamo stati anche ispirati dalla statua Greca (The Winged Victory of Samothrace anche denominata Nike of Samothrace,  NDR).

L’equilibrio musicale del lavoro, sospeso tra atmosfere classiche e certa musica ambient d’avanguardia, è mirabile. Come ci siete riusciti?
Credo che l’equilibro del quale parli sia stato raggiunto in modo molto naturale. Adam si è occupato di musica drone/ambientale per moltissimo tempo, mentre per quanto mi riguarda negli ultimi 6 anni sono stato molto concentrato sulla composizione della melodia. Lavoriamo così bene insieme che molte cose non c’è stato nemmeno il bisogno di concordarle… è da questo aspetto che si comprende la bontà di una collaborazione. Penso che questo sia il primo disco che ho davvero equamente composto con un’altra persona… ci siamo entrambi concessi gli spazi giusti e alla fine è venuta fuori una voce “altra”,  frutto del nostro legame.

Il disco è stato etichettato dagli addetti ai lavori come musica “neo-classica”. Siamo d’accordo e crediamo che potrebbe perfino fungere da passepartout per avvicinare i giovani all’ascolto di Chopin o Debussy. Siamo andati troppo oltre con la fantasia?
Questo disco è difficile da classificare, ha dentro molti elementi differenti: ambient, drone, classica, minimalismo. Se tramite esso le persone riuscissero a scoprire della buona musica, ne sarei davvero felice. Debussy, Ligeti, Arvo Part, Gavin Bryars, Morricone… tutti hanno esercitato una certa influenza su di noi. 

 Quali dischi di musica classica senti di consigliare ai neofiti del genere?
I miei due dischi preferiti di musica contemporanea sono “Fur Alina” di Arvo Part e “The Sinking Of The Titanic” di Gavin Bryars. Entrambi hanno una melodia spogliata quasi fino al midollo, lo spazio diviene importante quanto le note stesse. Concetti che sono stati davvero importanti per noi, soprattutto l’uso dello spazio.

Tra gli ospiti illustri troviamo Peter Broderick e  Hildur Guðnadóttir. Com’è stato confrontarsi con loro?
Sono entrambi nostri grandi amici, nonché musicisti sorprendenti… entrambi hanno un modo assai singolare di approcciarsi al loro strumento. Avevamo a disposizione anche un quartetto d’archi tradizionale ma abbiamo insistito affinché alcune trame sonore passassero attraverso la sensibilità di Peter e Hildur. Ci sentiamo fortunati ad avere amici di talento che vivono non lontano dal mio studio!

Quali sono i vostri ascolti musicali recenti?
Al momento sto lavorando su talmente tanti progetti musicali da non trovare tempo e spazio nella mia testa per ascoltare quella altrui. Sono comunque assolutamente catturato dal suono di un pianista etiope degli anni ’60 chiamato Tsegue-Maryam Guebrou. Ho apprezzato molto anche l’ultimo disco di Tim Heckers… e anche ascoltato il quartetto per archi di Debussy, assolutamente coinvolgente!

Come suonerà dal vivo il lavoro? Immaginiamo che riprodurre certe sonorità senza un vero ensemble cameristico al seguito potrebbe non essere facilissimo.
Abbiamo appena concluso il nostro primo show a Bruxelles e ci siamo stupiti di quanto l’album sia riproducibile dal vivo. In formazione siamo io ed Adam, seguiti da un trio d’archi… il tutto funziona molto bene e stiamo pensando a nuove date.

 Il progetto avrà un seguito? Speriamo sentitamente di si!
Questa è stata una delle migliori esperienze di registrazione di un album che ho mai avuto… io e Adam abbiamo scritto più musica rispetto a quella attualmente pubblicata. Quindi posso dire senza ombra di dubbio che ci sarà un seguito.

 (Maurizio Narciso)

 

 

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