Bello chiacchierare con gli Egokid, band milanese che non le manda a dire. Il loro quarto album, Ecce Homo, uscito all’inizio dell’anno per Novunque, è un concentrato di pop com’è raro sentirne, di scrittura elegante e di impegno civile che, con tagliente ironia, ci va giù duro affrontando temi come il precariato, lo strapotere della chiesa, l’omosessualità, il berlusconismo (trovi la recensione QUI). Gli Egokid sono nati a Milano e la amano: quando Pisapia correva per sindaco hanno fatto il tifo per lui cantando un inno di speranza come “Milano, ti amo” (nell’album non c’è, ma ai concerti sì). In quella che loro stessi definiscono “la città della moda, delle tv berlusconiane, del precariato di lusso e della stantia cultura di regime”, Diego Palazzo e Piergiorgio Pardo crearono gli Egokid. Il debutto fu The Egotrip Of The Egokid (Snowdonia 2003) ancora sul crinale della psichedelia, poi arrivò The K Icon (EthnoWorld 2006), passaggio stilistico al pop, ma sempre in inglese. Il terzo disco, Minima storia curativa (Aiuola dischi 2008), abbandonò l’inglese e si fece intimista, un canto alle diverse sfaccettature dell’amore. E nel 2011, Diego e Piergiorgio, insieme a Fabrizio Bucchieri (basso), Davide “Debe” Debenedetti (sintetizzatori), Chris Clemente (chitarra), e Giacomo Carlone (batteria) mettono a punto l’Egokid-pensiero in “Ecce Homo”, prodotto da Sergio Maggioni e Giulio Calvino: un disco diretto come un pugno ma leggero come una carezza, ora sbarcato nelle radio francesi e su i-Tunes in Giappone, mentre i video di “Ragazzi +ragazze” e “Come un eroe della Marvel” migreranno rispettivamente in Canada e in Brasile, e quello di “L’uomo qualunque” è su Rai.tv music.
Buona parte della critica si appresta a eleggere “Ecce Homo” come uno degli album più belli del 2011. Ve lo aspettavate?
Ci speravamo, convinti che i temi fossero trattati in modo né retorico né banale. L’accoglienza della critica ci ha fatto molto piacere, ora speriamo in altrettanta accoglienza anche da parte del pubblico. Il nostro scopo non è fare satira sociale né cantautorato impegnato, crediamo però che affrontare senza maschere intellettualistiche certi argomenti importanti possa contribuire a creare un po’ di riflessione in chi ascolta.
Quanto lavoro c’è voluto per coniugare un pop piacevolissimo a testi molto forti?
Le melodie e i testi nascono da un’ispirazione, il nostro mondo è quello del pop d’autore italiano, da Bindi a Mina, da Battisti a Battiato. Coniugare la leggerezza alla profondità oggi stupisce, perchè si confonde la serietà con la seriosità, e la leggerezza con la superficialità. Il nostro è un lavoro nato da brani apparentemente disgiunti, ma che alla fine compongono quasi un concept album unito dalla tematica sociale. Anzi, umana. Osserviamo il mondo intorno e lo traduciamo con la nostra musica.
Il vostro ultimo video, “L’uomo qualunque”, prende in giro quelli che cercano il famoso quarto d’ora di notorietà sui social network. Nella canzone ci andate giù pesi: “non abbiamo soldi per comprare la coca e fare la bella vita”, come se l’uomo qualunque volesse soltanto somigliare al nostro presidente del consiglio…
Perchè, non è così? Almeno, lo era fin quando è stato scritto il brano. Adesso sembra ci sia un sommovimento delle coscienze, ma non illudiamoci troppo: è sempre dovuto a questioni economiche. Tipo: presidente, ci avevi promesso che saremmo diventati ricchi e invece non abbiamo i soldi per comprare la coca e fare la bella vita…”
“Credo”, uno dei brani più belli dell’album, è una critica ferocissima contro le gerarchie ecclesiastiche e contro Cl, che definite una setta assetata solo di potere. Vi ha dato qualche problema?
Magari. Il problema è che non ce ne ha dati, di problemi.
Forse dovevate cantarlo fuori dal convegno dei ciellini, a Rimini. O spedirlo a Margherita Hack…
Ma noi non cerchiamo clamore, ci basta poter dire quel che vogliamo.
Ed è più facile nel mondo indie?
Si, anche se talvolta le major, come strategia, puntano a scandalizzare…
“Come un eroe della Marvel” è una canzone d’amore, e il video è semplicemente un lungo bacio tra due uomini. Com’è stato accolto?
Bene, direi. Ma vedi, il meccanismo non è quello della censura, è quello della rimozione. Probabilmente, un eterosessuale non ammetterà di essere stato infastidito da quelle immagini. É una
questione di estetica: per arrivare alle masse devi insistere fino a quando la tua estetica e la tua proposta, così precisa e pulita, passerà e colpirà.
Come vi è venuto in mente di fare del primo singolo una cover italiana dei Blur? A quanto so, c’è stata una netta divisione tra chi ha apprezzato moltissimo e chi ha gridato al sacrilegio o allo scandalo…
Quel brano è stata un’operazione simile a quelle che si facevano negli anni Sessanta, quando si traducevano in italiano le hit internazionali e ci si guadagnava pure un sacco. Oggi siamo all’opposto. Un tempo esistevano i baroni, i produttori arroganti ma cazzuti, oggi c’è una manica di nerd diventati manager. E quando arriva qualcuno che non paga tributo osannante alla band straniera, ma vuole solo divertirsi a modo suo reinterpretando un brano in italiano, certa gente storce il naso.
Tra gli accostamenti fatti parlando di voi, ci sono stati Baustelle, Mina e Patty Pravo. Quale vi dà più fastidio?
Il meccanismo del paragone è sempre un po’ antipatico. Ma quello che ci dà fastidio è la mancanza di fantasia: uno di noi collabora con i Baustelle (Diego Palazzo, ndr), inoltre siamo gay, e chi ti tirano fuori? Mina, Patty Pravo e i Baustelle. Lusingati, ma un po’ di sforzo in più?.
(David Drago)







