Chi l’ha detto che il gothic metal è appannaggio degli scandinavi? Solo perchè le lande desolate e sconfinate, i fiordi e i ghiacciai sono lassù, in quel nord Europa mitologico ed epico, non significa che nel meridione d’Europa non vi sia una band in grado di competere con la crew scandinava.
I Dama sono italianissimi: la band prende forma nel 2007, quando Barbara Schera Vanoli, dalla voce eterea e avvolgente che compete senza timore con le algide nordiche ugole di Amy Lee o Anneke Van Giersbergen, incontra il batterista Pierfrancesco Tarantino: a completare il tutto ci pensano poi il tastierista Danilo Di Lorenzo, il bassista Roberto Gelli e il chitarrista Cristian Comizzoli.
Con Eirwen danno alla luce il loro album di debutto, uscito il 13 giugno del 2011 per l’etichetta inglese Ravenheart Records, nel quale hanno scelto di bilanciare e suddividere il disco in due parti: la prima cantata in italiano (Immaginario) che comprende, oltre a brani nuovi, quelli già incisi nel demo risalente al 2008, e la seconda cantata in inglese (Imaginary), che ripropone alcuni dei brani già ascoltati, ma in versione british, più alcuni inediti. Il sapore epico di pezzi come “Breaking dawn”, (che nella versione italiana diventa “Alba”), con la sinuosità delle gocce di note del pianoforte si insinua sensuale per poi aprire varchi e crepe al ritmo di una chitarra insolente.
Più che di gothic metal, è opportuno parlare di gothic rock tendente al pop (“Aprile”), il tutto sempre sovrastato dal fascino dell’ammaliante voce: sicuramente per la sua assoluta incantevole armonia, spicca “Scatola di vetro (Oriente)”, ma è impossibile non essere rapiti dalla sinfonica oscurità di “Seta”, “Regina d’inverno”, come anche dalla delicatezza di “Scarlet thoughts in room”, e dalla rivisitazione in chiave gothic di una ballata di Madonna, “Live to tell”. Cattedrali abbarbicate tra i ghiacciai, pianure verdi e smisurate, ma siamo nell’hinterland milanese. La forza dell’immaginazione e la forza della musica: una potenza indicibile. Dama: promossi a pieni voti.
(Francesca Paolini)







