Onestamente che gli A Classic Education, partendo da Bologna, in tre anni siano diventati già un piccolo culto nella scena indipendente americana con lodi su lodi dall’autorevole (ma spesso opinabile) Pitchfork, è la cosa meno interessante di questo esordio.
La verità è che l’atteso Call it blazing si sta rivelando uno dei migliori dischi di pop indipendente usciti quest’anno non solo a livello italiano. Anche perché di italiano in questo album c’è ben poco, anzi direi praticamente nulla, fatta eccezione per la nazionalità dei componenti della band, se si esclude il front-man canadese Jonathan Clancy. Elemento non da poco, dato che proprio la capacità di scrittura e d’interpretazione decisamente internazionale del cantante sembrano essere una delle armi in più degli A Classic Education, capace di porli al di là di qualsiasi confronto con la maggior parte delle band nostrane che hanno scelto la lingua inglese per i propri lavori. “Call it blazing” è un disco caldo, artigianale (nel senso più nobile del termine), con una cura che ricorda non a caso molte produzioni non tanto americane, quanto proprio canadesi, grazie ad una pasta del suono che rivela tutto l’amore di questa nazione per la musica fatta bene, al di là di mode più o meno alternative. Non a caso fra i riferimenti più citati, in questo caso giustamente, a proposito della band ci sono gli Arcade Fire. Ma non solo, emerge chiaramente l’amore per il pop psichedelico di matrice sixties, su tutti Syd Barrett (con o senza Pink Floyd) e la new wave inglese che anticipa il brit-pop di Echo & The Bunnymen e simili. Spiace quasi che il disco duri appena più di mezz’ora, lasciando come un senso di incompiutezza per alcuni bellissimi brani che però terminano spesso prima dei tre minuti.
Segno evidente, comunque, della maturità artistica della band, decisa a non strafare e a consegnare un prodotto di qualità e allo stesso tempo di sobria eleganza. Forse per una volta l’hype va nella direzione giusta, e questo ci rende doppiamente felici.
(Federico Anelli)








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