Non si può certo dire che Bradford Cox sia nato stanco. Nonostante la sua preoccupante magrezza, il giovane rocker di Atlanta continua a sfornare dischi con assidua cadenza annuale; Halcyon Digest dei suoi Deerhunter è solo questione dell’altro ieri e già dalle casse ne sentiamo uscire nuovamente la voce col moniker Atlas Sound.
Il Bradford Cox in libera uscita imbraccia preferibilmente l’acustica e ama dilatare le trame psichedeliche proprie dei Deerhunter, sfilacciandole in canzoni dall’adorabile allure lo-fi, delicate ma non esili, in bilico tra modernariato e sperimentazione. Sogno e favola riverberano sornione da ritmi dal passo ciancolante in territori oziosi dove, tra uno stornello d’amore intonato dal fondo di un fiume (“Modern Aquatic Nightsongs”) e morgane elettroacustiche (“Praying Man”, “Flagstaff”), si incontrano tropicalismi al ralenti (“Amplifiers”), pop perso in deserti arcani (“Parallax”, “Angel Is Broken”), soffici melodie che se Josh Haden non avesse chiuso battente agli Spain ora starebbe invidiando fino a mangiarsi il fegato (“Terra Incognita”).
Non lasciatevi ingannare dalla copertina, perfettamente in antitesi col personaggio – ma non con la musica: Parallax suona come un Roy Orbison nerd prodotto da Graham Coxon – l’ultimo Atlas Sound è un prodigio di melodia e scrittura, un delizioso invito a lasciarsi trasportare docili dal fluire delle emozioni; un invito al quale è difficile negarsi.
(Francesco Mortabilini)








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