10 Novembre 2011: riparte La Tua Fottuta Musica Alternativa, rassegna che ha animato già nei due anni precedenti le serate capitoline, e lo fa in grande stile, approdando sul prestigioso palco del Circolo degli Artisti. La serata d’inaugurazione si presenta ricca di artisti, con ben due palchi, una fiumana di gente nonostante sia giovedì, conseguenti fiumi di birra che scorrono e cinque gruppi uno più interessante dell’altro; a partire dagli headliners della serata, i Soviet Soviet, con la loro new wave post-punk che oramai è una macchina perfettamente rodata, passando per il caos ben organizzato dei Camera237, l’acustico lo-fi dei Boxerin Club, la desertica rarefazione rock dei Vandemars e l’esordio dal vivo degli Electric Superfuzz, ce n’è davvero per tutti i gusti.
Gli Electric Superfuzz sono i primi a scaldare la pista, e lo fanno con un sincero garage rock à la White Stripes. Niente di nuovo sotto il sole, ma sarà che un po’ di sano e sporco rock ‘n’ roll suonato con energia e convinzione non fa mai male, sarà che il trio nonostante sia al primo concerto ufficiale è già ben rodato (e alle pelli sia addetto Domenico Migliaccio, sezione ritmica dei bravi Sadside Project), insomma, l’impatto è ottimo e il pubblico risponde entusiasta. Delle cento copie numerate del loro esordio Sicko EP, esclusivo per la serata, non resteranno che le briciole. Ma non c’è molto tempo per smaltire la deliziosa sudata che gli Electric Superfuzz ci hanno fatto fare: dall’altro lato del Circolo, di fronte al mixer, quelli de La Tua Fottuta Musica Alternativa hanno allestito un secondo piccolo palco, dedicato ai live acustici.zato dei Camera237, l’acustico lo-fi dei Boxerin Club, la desertica rarefazione rock dei Vandemars e l’esordio dal vivo degli Electric Superfuzz, ce n’è davvero per tutti i gusti.
E i Boxerin Club, batteria – armonica – due chitarre – voce, ci stanno aspettando con le loro canzoni, vestite di sobri abiti ampli-free solo per
l’evento. Avevamo già avuto modo di vederli “elettrici” QUI e di affermare che, tutto sommato, si trattava di un gruppo abbastanza gustoso, soprattutto se sei nel mood giusto per divertirti fra un riff in stile Arctic Monkeys e spensierati coretti in stile Good Shoes. Il che è splendido se ti piace il genere, ma purtroppo in versione acustica i Boxerin Club finiscono per perdere un po’: okay, il palco è molto improvvisato e praticamente privo di amplificazione, c’è un solo microfono che chitarrista e cantante si devono contendere per riuscire a intrecciare prima e seconda voce, però se in generale i loro brani potrebbero rendere bene anche senza elettricità, il set risulta un po’ lungo e esaltante quanto Bob Dylan che ricanta i The Last Shadow Puppets. Ripeto che i quattro non sono affatto male, ma secondo me il fatto di suonare acustici li penalizza. Fortunatamente, non è la stessa cosa che pensa il pubblico, e il gruppo riceve un’ottima accoglienza. Cinque minuti per fumarsi una paglia, e già siamo sotto al main stage.
Arrivano i Camera237, cosentini dal curriculum impressionante (partecipazione a mille festival prestigiosi fra cui Arezzo Love Wave e il
SixDaySonicMadness, tre album all’attivo, premio di Blow Up come migliore live dell’anno…) e dal nome rubato direttamente allo Stephen King di Shining. Arrivano i Camera237 e fra urli, sintetizzatori, bordate di basso e strane percussioni, è una sorta di meraviglioso delirio ad appropriarsi del palco. Le loro sono melodie avvolgenti ma non sempre delicate, carezze post-rock di mani già ruvide d’esperienza, contese fra ampi laghi di calma sonora e deflagranti esplosioni di grida animalesche e una manciata di riff obliqui. Ricordano un po’ la psichedelia degli Architecture in Helsinki, un po’ i norvegesi Cold Mailman, il tutto condito da una incredibile foga live, che è impossibile apprezzare su disco, dove i toni sono molto più distesi. Il loro è un live emozionante e coinvolgente che culmina in cinque clamorosi minuti di puro ritmo, in cui ogni musicista si impossessa di una percussione, dando vita a una sorta di performance tribale acclamatissima.
Nel frattempo, sul palco acustico sono già pronti i toscani Vandemars in versione ridotta (solo
voce, basso e chitarra): presentano i brani tratti da Blaze, album prodotto artisticamente da Paolo Benvegnù. Il loro rock fra Nirvana e PJ Harvey questa sera si spoglia e si fa ipnotico, rarefatto, quasi ‘desertico’ (e chi coglie un richiamo a un certo genere musicale, fa benissimo). La voce di Silvia la fa da padrone, guidando e accarezzando i presenti in mezzo
alle suggestioni intense e malinconiche dei loro brani: il suo è un timbro forte, ricco di personalità, perfetto legante fra i due strumenti che le fanno da tappeto. Ed è un piacere ritrovarsi, dopo scorribande fra garage rock, indie di stampo british e un pazzo pazzo post rock, in mezzo al grunge anni ’90. Giusto per ribadire che la definizione di “fottuta musica alternativa” è quantomai vasta, e chi sta dietro a questo progetto bada molto di più alla qualità dei gruppi che ai nomignoli, alle mode o ai cosidetti “generi che tirano”.
Ed eppure a calcare per ultimi il palco del Circolo degli Artisti è proprio uno di quei gruppi di cui si
è parlato tanto (e bene) nell’ultimo anno (Qui e Qui), ovvero i Soviet Soviet. E premettiamo pure che, pur non avendoli ancora mai visti livi, i tre pesaresi suonano uno dei generi del mio cuore e sono decisamente fra i migliori in Italia a farlo. Se vi piacciono new wave e post punk, con loro andate sul sicuro: basso protagonista che ti prende alla gola, una batteria precisa ma in questo caso anche molto carismatica, chitarra ispirata direttamente ai capisaldi del genere che è come una seconda voce. E se ciò che traspare dai loro dischi è uno scalpitante freddo e tutta l’urgenza della gioventù, live i Soviet Soviet danno vita a un onirico vortice musicale, di cui è ambasciatore senza posa l’instancabile frontman, che non sta veramente fermo un secondo. I Soviet Soviet sciorinano irrequieti un set potentissimo dove si ritrovano tutti i loro pezzi forti, da “Lokomotiv” a “Aztek Aztek”, da “Human Nature” al favoloso “The Beasts Are Brave”, incendiando il locale nonostante l’amplificazione del basso dia numerosi problemi, e i tre siano costretti a chiudere a metà l’ultima canzone.
Nel complesso, una serata ben riuscita nonostante qualche (più che comprensibile) problemino di acustica e la corsa che si deve fare da un palco all’altro, ma in fin dei conti non importa: La Tua Fottuta Musica Alternativa va come un treno ed eventi come questa, in cui sono riuniti cinque gruppi così variegati e comunque sempre validi, sono davvero una chicca da non perdere. Aspettiamo fiduciosi il prossimo appuntamento del due dicembre!
Testi e foto: Giulia Delprato








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