Quando il muso della vostra macchina rossa punta a est, ti accorgi che l’orizzonte di quel venerdì comincia a prendere la tinta di un blu pesto e imponente. Verso est ti aspetta La Tempesta e tra poco meno di ventiquattr’ore ti accingerai a varcare la soglia del CSO Rivolta. Consumi quella manciata di ore tra spritz umidi e mani strette nelle tasche sopra i ponti irreali della serenissima.
Non hai presente che a est la giornata si chiude ben prima rispetto alle tue savoiarde giornate e così ti ritrovi a schiuderti il passaggio dentro una nebbia di pioggia e buio: il Rivolta si palesa sul parabrezza luminoso e austero lungo la lingua d’asfalto tra acque salmastre e ciminiere.
Con uno spritz in mano prendi confidenza di quell’immensa pancia che è il Rivolta saltando tra un hangar e l’altro: è ancora presto per qualsiasi tipo di concerto quindi ti infili in uno dei fabbricati riconoscendo facce più o meno familiari. Bruno Dorella al banchetto dei Bachi da Pietra e Massimo Volume, Annapaola Martin con la sua macchinetta scambia due battute con Stefano Pilia, Giorgio Canali immerso nella sua giacca fa capolino per stringere la mano ad Enrico Molteni e poi dileguarsi tra la gioventù, sulla grossa parete è
dipinto uno dei video in stopmotion di Blu mentre agli antipodi Davide Toffolo sistema la giusta altezza del proiettore. Era da molto tempo che non godevi di un’atmosfera così pacata e tranquilla che non ha il sapore di una festa o di un concerto ma semplicemente di una qualsiasi serata senza pretese e particolari bisogni che frequenti durante le tue settimane.
Spetta a Il Cane l’apertura di questa edizione autunnale de La Tempesta. Compito non semplice ma che i ragazzi sul palco riescono a smarcare con disinvoltura: i loro “evviva!” in qualche misura ti ricordano la stravaganza amichevole di Moltheni. Anche i Melt, sempre nel Nite Park, il palco più “piccolo”, portano a casa un concerto notevole lasciandoti presagire che nella notte che verrà il resto che vedrai e ascolterai avrà un buon sapore. I primi a salire sul palco dell’Hangar sono i Sick Tamburo. Non puoi definirti un vero appassionato dei loro lavori da studio ma di certo stanno conducendo un buon concerto sebbene la loro costante simmetria nei pezzi.
Si conclude il set di Gianmaria e soci e ti appresti al Nite Park dove Bruno Dorella e Giovanni Succi stanno già pestando sui loro strumenti. I Bachi da Pietra divampano e ammaliano: chino e matido di sudore Giovanni percuote la chitarra lascia uscire armonici
dai toni medi e oscuri accompagnato dal pedale martellante e gonfio di Bruno. Dentro il loro hardcore vibra un “De Niro allucinato” saturo e valvolare. Lasci accendere una sigaretta a Pierpaolo Capovilla e lo congedi con un’amichevole pacca sulla spalla. Non hai tempo di vedere la fine del loro concerto che La Testa Indipendente già saltella sul palco più grande. Per te non é un problema se i Tre Allegri Ragazzi Morti ti dimezzano in un baleno l’età anagrafica su “Ogni Adolescenza” e scivoli beato nel rock’n’roll. Su La Testa Indipendente vedi salire sul palco miSs xoX e Johnny Bee Good per un “mashup” con I’m in Love with My Computer. I TARM si congedano dopo una manciata di cazoni e di rock che non ascoltavi da loro da quasi un decennio e li ritrovi in forma come con un buon vecchio amico. Ormai gli spritz non stanno più sulle dita di una mano che senti l’esigenza di qualsiasi cosa che possa asciugarti lo stomaco. Ti accodi comodo e sorridente per “un panino con tutto e una birra, grazie!” Sai di perderti l’inizio del concerto di Giorgio Canali ma purtroppo ti riesce solo di perderlo tutto.
Guardandoti intorno ti rendi conto che il Rivolta si sta riempiendo velocemente, per questo fai fatica ad attraversare il corridoio del
cortile per avvicinarti al momento dei Massimo Volume: non ti aspetti molto, ma solo perchè hai avuto modo di sentirli più volte in quest’ultimo anno ma nonostante questo Emidio e soci riescono a immobilizarti di nuovo. “Quando la vita è a solo una fermata da qui” ti accorgi di avere gli occhi umidi e un pensiero forte che ti frulla dentro: “avete cercato il post rock in ogni dove, avete osannato musiche di ogni tipo cambiandogli continuamente appellativo e definizione senza mai rendervi conto che dentro casa abbiamo sempre avuto la bellezza del timbro vocale di Clementi con i suoi versi, il labbro morso, gli occhi chiusi e seri nella precisione pazzesca di Vittoria Burattini, gli intrecci superlativi di Sommacal e Pilia”. Insomma i Massimo Volume salutano e ringraziano. L’aria è surreale tra le facce soddisfatte e ancora ansimanti del pubblico. Sai che hai appena visto uno tra migliori concerti di sempre.
E così ti sembra difficile pensare a cosa saranno i prossimi concerti ma il set degli A Classic Education riesce a smorzare l’aria sospesa con quel indierocknewnewwave suonato davvero bene. Ormai il Rivolta è colmo. Dentro La Tempesta c’è ogni specie di giovane umano. Ti accomodi su una panchina libera per riprendere fiato. I tuoi amici e tu cominciate a sentire un lieve spossamento ma siete ancora ben svegli. Senti in lontananza la voce gracchiante di Vasco Brondi e così decidi di sbirciare nel Hangar dove stanno suonando Le Luci della Centrale Elettrica. Quel salone è pieno zeppo. Riesci a malapena ad arrivare al mixer al centro della sala, provi a salire sulle punte dei piedi per capire cosa sta accadendo sul palco. In quel momento sei consapevole di essere, forse, tra i veramente pochi che non riescono ancora ad apprezzare la musica e le parole di Brondi: i ragazzi di quel pubblico enorme si sgolano su ogni sua strofa e hanno tutte le ragioni per stare bene li dentro. Tu no. Esci e stringi le spalle.
L’ultimo concerto del Nite Park vede sul palco solo una sedia bianca con un Taylor 12 corde sdraita su. Gionata Mirai entra semplice e disinvolto, saluta con due parole al microfono, imbraccia la Taylor e parte con il suo arpeggio. Dentro il suo set c’è tutto il concept di Allusioni. Tutto d’un fiato. Ti lascia di stucco. Ti lascia immobile. Gionata non sbaglia una nota e quando la sbaglia gli si legge una smorfia sottile dietro i sui baffi e la goccia di sudore sulla guancia. Ma è bravo. Tanto. E nonostante l’ardua scelta di tenere Gionata come testa di seria numero due con uno spettacolo del genere, il pubblico, non numeroso, lo recepisce assai bene con un fragoroso applauso finale.
A questo punto tutta La Tempesta è dentro l’Hangar. Straripante di corpi e giacconi in goretex le svariate vie d’entrata risultano
impraticabili. Speri di vedere un buon concerto degli Zen Circus: immagini che con tutto quel pubblico sì stipato Appino e soci possano giocare una partita molto bella. Purtroppo non è così. Sulle note del primo pezzo, la semiacustica di Appino non ne vuole sapere di suonare. Appino s’incazza e lamenta. Come quando Tomba in seconda manche inforca al primo palo, il gesto di stizza è lo stesso, Appino lancia la chitarra per terra (a memoria è il gesto più hard rock della serata), esce ed entra dal palco, s’incazza col fonico sul palco, mentre Ufo e Karim continuano in loop a suonare e scherzare sperando che prima o poi questa situazione volga al termine. Di nuovo non è così. Ti sembra che Andrea ora stia esagerando, vorresti gridargli di farla finta e tirarsela di meno. Provando a metterti nei suoi panni riesci solo a pensare al rigore sbagliato di Baggio ai mondiali. Così è. Gli Zen Circus subiscono e incassano e stretti alle corde comunque portano avanti la scaletta: il pubblico magicamente le canta tutte e non vuole saperne dei problemi delle chitarre degli Zen Circus. Vuole gli Zen Circus, comunque.
La Tempesta finisce così. Con un occhio nero, un rigore sbagliato, una paletto saltato ma comunque vincente. Ti è piaciuto esserci e viverci come in una delle tue notti ridenti e semplici. Pensi di aver visto dei bei concerti ad un livello nettamente elevato dal punto di vista dell’organizzazione e dei gruppi. Mentre riconosci la sfera sudata di un Nikki saltante e divertito in console, pensi che ci sia bisogno di più tempeste indipendenti in questo paese. Ma va bene così. Stancamente ti trascini verso l’uscita. Non piove più. Evviva La Tempesta.
(Pierfilippo Mancini)
Foto: Jessica Bartolini







