La speranza sta nel non collaborare – Intervista a unòrsominòre.

Published on dicembre 14th, 2011

Emiliano Merlin aka Kappa aka unòrsominòre. (si scrive esattamente in questo modo, tutto attaccato, con due “o” accentate e il punto alla fine) è tornato a colpire con La vita agra (QUI la recensione), un album fieramente fuori moda ma dannatamente attuale, che manda a fare in culo la perbenaggine italiana col piglio e lo stile di un novello Bianciardi, dal qual prende appunto a prestito il titolo. Visto l’apprezzamento raccolto dall’artista presso Shiver e non solo, l’abbiamo raggiunto per una lunga chiacchierata sull’Italia, il Veneto e la speranza, questa sconosciuta.

La vita agra di Bianciardi è un rimando impegnativo ma che resta sullo sfondo. Ascoltando il tuo disco mi è parso che tu abbia preso da quel romanzo lo spirito “sociale”, l’attitudine, il punto di vista “dal basso”: in parole povere, il tuo La vita agra è un aggiornamento del romanzo di Bianciardi.

Penso ci sia anche qualche punto di contatto più diretto tra canzoni e romanzo. Ad esempio Bianciardi narra di un tentativo di ribellione abortito, e l’impossibilità di opporsi e reagire attivamente ed efficacemente è uno dei punti cardine anche dei miei testi. Ancora, Bianciardi immagina, in uno dei passi più intensi del racconto, un sottrarsi alle logiche collaborative nell’agire quotidiano; e lo stesso auspico io ne “La vita agra II”… insomma i temi in comune ci sono anche esplicitamente. Ma forse ho scelto questo titolo più per la concisione con cui quell’aggettivo suggerisce una sensazione di amarezza, unito a quel sostantivo; e allora in qualche misura è anche vero che ho chiamato il disco in questo modo perché quel titolo è perfettamente consonante ai temi e ai toni delle canzoni, più che per le affinità dirette con il romanzo.

“Nessuno mai potrà convincermi che sono infelice” incarna perfettamente lo spirito italiano dal secondo dopoguerra in poi e trovo che sia il più incisivo trait d’union tra i protagonisti dei tuoi testi e Luciano, l’antieroe di Bianciardi.

Io l’ho visto più cucito addosso a coloro per i quali l’impulso alla ribellione non è neppure immaginato, non viene nemmeno sopito perché non c’è nulla da sopire; quel verso l’ho scritto avendo in mente le schiere di elettori dal pensiero debole – cose lontane dal modo di essere di Luciano. L’aforisma di Goethe che riporto nel libretto dei testi, “non c’è peggior schiavo di chi è convinto di essere libero”, esplicita il concetto. Luciano non è convinto di essere libero né di essere felice, anzi, è conscio di non esserlo. Con Gaber, direi che per lui “il fatto di avere la coscienza che sei nella merda più totale è l’unica sostanziale differenza da un borghese normale”. Come per alcuni di noi. Per molti altri, invece, è proprio questa consapevolezza a mancare, rendendo di fatto impossibile moti di indignazione o ribellione concreti, consistenti, al di là di qualche slogan usa e getta. Siamo un popolo di gente con la pancia ancora sufficientemente piena, abbiamo quello che basta per tenerci costantemente distratti, e non abbiamo interesse a prenderne atto: perché questo comporterebbe il dover rinunciare ad abitudini e comodità, e il confrontarci con la nostra debolezza, con la nostra ignoranza, con la nostra miseria morale.

Le tue canzoni sono invettive dirette, veicolate da una diligente attenzione ai testi. Quanto cervello e quante viscere ci sono in La vita agra?

Le viscere ho cercato di tenerle a bada il più possibile. Sfoghi e invettive sono meditati, cercati e piazzati dove mi sembravano necessari; perché “il cuore l’hanno anche i vermi, la testa ti ricordi cos’è?”. Allo stomaco puntano il populista imbonitore di folle, l’oratore leghista, il padrone che bercia dal suo balcone, il manifesto scioccante di Forza Nuova. Io ho cercato, per quanto i miei mezzi me l’hanno consentito, di essere chirurgico, anche nelle bestemmie. Se lamento mancanza di razionalità, ho il dovere di cercare di dare il buon esempio, direi.

“Il mattino del 26 luglio” attacca l’indole pecoreccia dell’italiano – non solo medio: l’istinto del gregge è una realtà, ahimè, trasversale. Dove sta la speranza?

Non lo so. Nell’intelligenza, e nel non essere autoindulgenti, forse. Nell’essere curiosi, non accontentandosi, desiderando di capire. Nel non collaborare.

“Perfetto così”: aveva ragione Manuel Agnelli che non si esce vivi dagli anni ’80?

Eh Manuel Agnelli ha spesso ragione, sì. Anche se ormai, vent’anni dopo e con tutto quello che è successo, si è facili profeti del giorno dopo nel realizzare che gli anni ’80 sono stati il sottobosco in cui sono germogliate le radici di quel disastro che oggi ci circonda e ci pervade. Senza accorgersene, un paio di generazioni sono scivolate nella distrazione cronica, nel superfluo, nell’acriticità. Il Drive-In con Braschi e le maggiorate, Massimo Boldi, il rampantismo, Craxi e Berlusconi, il mercato sovrano, le tv private, Colpo Grosso, la Milano da bere, il reclamizzare se stessi. Tutto per reazione ai nefasti anni ’70, e al loro ideologicizzare compulsivo, certo; ma quale prezzo abbiamo pagato per questa reazione? Quanto è difficile fermare certi processi una volta che sono stati messi in moto? Stiamo ancora tutt’oggi annaspando fra rivalutazioni e retrospettive sui film di Alvaro Vitali, capisci. Eh, è triste che uno come me si ritrovi a dover fare il moralista. Io da piccolo volevo essere Axl Rose, e invece finisco a fare Savonarola.

Quali sono i punti cardinali della tua musica? lo spirito dei tuoi testi affonda nel cantautorato politico degli anni ’70, ma l’approccio musicale ti accosta a Giorgio Canali e, un poco, a Le Luci della Centrale Elettrica.

In realtà i miei riferimenti sono altrove. I testi di questo disco in particolare, per quanto sicuramente ispirati dai De Andrè o Gaber degli anni ’70 nell’approccio, mi sembra che infine non abbiano molti punti in comune con quei lavori. Il mio modo di incastrare le parole lo sento semmai più vicino – fatte le dovute proporzioni – a certe cose di Fossati, anche se forse questo era più evidente nei miei lavori precedenti. Ne “La vita agra” ho cercato una forma lirica il più possibile personale, cercando di dimenticarmi del resto del mondo.

Musicalmente invece ascolto altro e abbastanza poco, e resto per lo più legato a formule anglosassoni. La “nuova musica italiana” che in parte citi mi interessa relativamente, anche se ovviamente cerco di tenermi informato, per quanto il pudore mi consente, e facendo le dovute distinzioni.

È ancora possibile il cantautorato politico in quest’epoca di disaffezione alla politica?

Possibile non lo so, forse no; necessario credo di sì; io ho cercato di farlo, perché mi sembra assurdo chiudere gli occhi e le orecchie e parlare e cantare d’altro, in tempi come questi. Lo avverto come una specie di obbligo morale. E poi ancora mi illudo che un messaggio veicolato da un suono, da una melodia, possa arrivare magari fortuitamente alle orecchie – e di lì al cervello – di un numero potenzialmente elevato di persone, forse mettendo in moto qualche riflessione, forse smuovendo qualche coscienza, o forse rinsaldando qualche principio trascurato o dimenticato. A volte fa bene anche non sentirsi soli, quando si pensano certe cose.

Alla fin fine vedi, sono un sognatore. D’altra parte per fortuna non sono l’unico a provarci, anche se in ambito pop e rock i nomi si contano sulle dita di una mano.

Cosa ne pensi della cosiddetta leva cantautorale degli anni zero?

Come dicevo, musicalmente non mi interessa molto. Ci sono cose che mi piacciono abbastanza e cose che sopporto con fatica. In generale la rivisitazione troppo pedissequa di formule già estremamente sfruttate e per giunta “facili”, che non chiedono alcun impegno all’ascoltatore, mi urta abbastanza. Cerco di trovare soluzioni sonore non scontate, armonie suoni e strutture che restando nell’ambito del pop magari non concedano sempre spazio al ritornello orecchiabile e alla chitarra acustica riverberata bene. Faccio mie le parole di Simone Lenzi: “La dittatura del pop è rassicurante: ti aspetti il ritornello, arriva il ritornello. (…) a volte è così, ma non è sempre così: a volte il ritornello non arriva, a volte le cose non vanno come ti aspetti. Non vogliamo consolare nessuno, vogliamo mostrare una briciola di verità estetica”.

Poi si sa che in questi anni c’è un trend ben rodato di recupero di certe sonorità. E funziona bene, perché è musica che si può ascoltare serenamente, canticchiando in macchina o mentre si lavano i piatti nell’appartamento universitario con le compagne studentesse al DAMS: buon per chi ci si diverte e in qualche caso ci campa. Io personalmente preferisco altre cose.

La tua musica pretende attenzione, non può essere relegata a mero sottofondo. I testi prevedono anche una buona dose di consapevolezza storica, culturale e politica. Non temi il rischio ghettizzazione a causa della mera disattenzione dei tuoi destinatari?

Ma “temere” non è la parola giusta. Non dico di auspicarlo, ma in qualche modo di “sfidare” chi mi ascolta a metterci l’attenzione che serve sì. Questo per me però non significa voler parlare solo a chi è già d’accordo con me e sa già tutto, anzi magari mi illudo che qualcuno che non ne sa niente sentendo per sbaglio una mia canzone possa porsi qualche domanda in più, e vada a cercarsi chi era Giovanni Passannante, ad esempio, o si domandi perché impreco così tanto.

Poi sì, certo, non è musica molto immediata. Immagino di precludermi a priori grosse fette di pubblico. Ma cosa dovrei fare, mettermi a scrivere sole, cuore e amore per piacere a più gente? C’è già più d’uno che lo fa, con discreto successo e con più talento di me nel campo. Non scrivo con l’obbiettivo di compiacere chi ascolterà, ma semmai di stimolare in lui qualche curiosità, o di far passare qualche concetto. Se poi uno è disattento sempre e comunque, a priori, allora non ho nulla da dirgli. E’ un atteggiamento snobista? Probabilmente sì.

Cosa significa nascere e crescere a Verona e in Veneto, luoghi tra i più conservatori e xenofobi del nostro Paese?

Mah, significa fondamentalmente non confrontarsi con problemi reali che altrove sono la vita quotidiana e nell’oasi felice nemmeno ti sfiorano, sempre se non hai la sfiga di incrociare la persona sbagliata al momento sbagliato (penso al povero Nicola Tommasoli). E significa crescere circondato da messaggi a senso unico, che se non hai l’accortezza di decifrare come subdolamente insidiosi non lasciano scampo e segnano la tua visione delle cose (penso all’onnipresenza dei potentati ecclesiastici, responsabile del bigottismo imperante; penso alla piccola o media imprenditoria locale dedita all’evasione più o meno ostentata, penso al leghismo atavico e inattaccabile, eccetera). Se non ti metti a fare qualche considerazione su come vada la vita a chi è stato meno fortunato di te, tutto sembra ok. E alla fine queste considerazioni le fanno sempre in troppo pochi ed è per questo che abbiamo governanti come quelli che abbiamo; perché l’altro non ci interessa, è il nostro giardinetto che dev’essere a posto, siamo noi che dobbiamo pagare meno tasse, e il politico – anche il progressista – dice “votami e ti farò stare meglio”, non “votami e farò ciò che è giusto”. Fa quasi ridere detta così, no? “Votare chi conviene, non importa se ha ragione”, così va il mondo, no?

Come si destreggia la scena musicale veronese sotto una giunta leghista che – diciamo le cose come stanno – non ha certo la cultura al primo posto nelle sue priorità?

Io vivo a Padova da anni, quindi non ho più il polso della situazione veronese perfettamente sotto mano. Però è sufficiente vedere che a Verona il numero di posti dove suonare è ormai ridottissimo. Ma mi chiedo se sia colpa solo dell’amministrazione, o anche dell’audience che rispetto a qualche anno fa ha tutt’altri interessi. E poi non è così un po’ ovunque? A Padova non va molto meglio, sotto un’amministrazione di, uhm, centrosinistra. Chiaro che amministrazioni più lungimiranti potrebbero favorire anziché scoraggiare; potrebbero evitare di imporre assurde limitazioni ad orari e luoghi di ritrovo, con scuse inverosimili sulla quiete pubblica; ma la controcultura musicale esiste davvero ancora? Probabilmente, in tutta onestà, non è più “questa” scena musicale (il rock o come vuoi definirlo) ad incarnare quel ruolo. Siamo una razza in via di estinzione, mi sa.

Additare i mali e le idiosincrasie del nostro Paese è il primo passo verso la presa di coscienza di essi; ma quale può essere la prima pietra per la fase successiva, ossia ridare colori “a una vita virata a seppia”?

“Impariamo a rinunciare, a non collaborare”. Nella vita di ogni giorno, riconoscere con spietatezza le proprie connivenze, il proprio essere complici, nei gesti più banali; nell’acquisto inutile, nel distrarsi senza capire, nel fare massa senza ragionare, nel conformarsi, nel “non fare più barriera” (o nel farla in modo inutile, pecoreccio, confuso). Riappropriarsi di metodi faticosi e dispendiosi, analizzare, capire, formulare ipotesi e metterle al vaglio. Non accettare la pappa pronta. Non collaborare.

(Francesco Morstabilini) 

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