Abbiamo conosciuto Mapuche (ricordiamo la pronuncia compresa di “e” e senza sibili) in Aprile con l’uscita dell’ep ufficiale dal titolo Anima Latrina (qui) per la neonata Doremillaro Rec. del polimorfo Schillaci che ha fatto un ottimo lavoro. A poco meno di quindici giorni dalla fine dell’anno, Mapuche rilancia il sasso con il full-leght di debutto titolato L’uomo nudo e chissà che non riesca a entrare a pieno titolo nelle classifiche dell’ultima ora?! Il nuovo lavoro di Enrico Lanza, uscito per Viceversa Records il 16 Dicembre e disponibile in anteprima streaming qui su Shiver, è stato registrato al Vertigo Studio di Toti Valente, immerso nella splendida campagna siracusana, con la produzione artistica di Lorenzo Urciullo aka Colapesce e con collaborazioni d’eccezione: Cesare Basile all’ukelele, Carlo Barbagallo alla chitarra slide, lo stesso Urciullo alle chitarre, al basso, al kazoo e nei cori, Mario Filetti al sax e al flauto, Peppe Sindona e Dario D’urso al basso.
Se in Anima Latrina l’animo lo-fi e, mi riprendo testualmente, – il disagio di Lanza riecheggia in ululati scordati, sputati sul pavimento davanti a sé come se stesse imbracciando la chitarra durante la peggiore delle sbronze - in L’uomo nudo, in realtà, ci si ritrova di fronte a un lavoro che guarda a esecuzioni composte, ordinate e misurate al millimetro. Senza dubbio il risultato è dato dalla produzione artistica di Urciullo, ma questo non leva alcun merito al progetto pensato e coltivato da Mapuche fin dal 2007. La scrittura del cantautore siciliano rimane impeccabile e ben equilibrata tra velato malessere e feroce ironia, battendo la strada già percorsa nell’ep. Apre l’album lo spassoso folk-blues de “Il dromedario” dal quale, attraverso il racconto di un ambiguo figuro che guida il bus, riemerge l’ostilità nei confronti della società e degli under 30; poi c’è la già nota e bellissima “Fogna”, riarrangiata per l’occasione, seguita dall’ironia sprezzante della title-track in cui autobiograficamente o meno, Mapuche propone la propria maniera di mettersi a nudo. “La parte peggiore”, uno tra i brani più belli dell’album, fa parte insieme a “Quando ero morto” e a “Malvolentieri” di quel lato oscuro de L’uomo nudo in cui non si sa mai se Enrico Lanza stia parlando di sé e basta o lo faccia per filosofeggiare a partire dal particolare e arrivare all’universale. Dall’altra parte, invece, ci sono “Io non ho il clitoride”0, “Che fine ha fatto il subbuteo” e “Io a scuola non ti accompagno più” che mostrano un lato diverso, più scanzonato e irriverente, di quello che può essere considerato senza mezzi termini il Mapuche-pensiero; perché se da una parte Lanza sembra ruggire, sempre con sottile intelligenza e mai con banalità, ai modi di sistema, dall’altra sembra completamente disinteressarsene. A concludere la tracklist, e sicuramente non per la minore importanza, ci sono “L’atto situazionista” (con Basile all’ukulele) che attinge a piene mani dal patrimonio della critica al sistema citando l’irraggiungibile Guy Debord e “Al mio funerale”, perla di rara bellezza sia per quanto riguarda il testo che gli arrangiamenti e che, personalmente, mi ricorda tantissimo la scrittura di De’ Andrè.
Enrico Lanza aveva già dimostrato di essere un cantautore con pieno titolo d’accesso con Anima Latrina e, benchè L’uomo nudo prenda un po’ le distanze dalla dicitura “cantautorato da cameretta grezzo e sincero”, ne dà la conferma. I suoi padrini sono Flavio Giurato, Gianfranco Manfredi, Lucio Battisti (e il titolo dell’ep ne è una chiara conferma) e con loro, forse anche per loro, Mapuche si è mostrato “come mamma l’ha fatto” e ha trovato un posto sicuro, grazie a una precisa e riconoscibile cifra stilistica, nel panorama musicale indipendente di qualità. Senza se e senza ma.
(Simona Cannì)
“Quando ero morto”







