Stanze nuove, stanze vuote – Intervista a Luca Sammartin (Gleamer)

Published on dicembre 20th, 2011

Il mese scorso mi arriva l’album d’esordio dei Gleamer, The Chasing Method (Qui la recensione), e BAAAMM… Amore al primo ascolto: come quando nel 1995 persi la testa per The Bends e cinque anni più tardi per Parachutes (rispettivamente secondo album dei Radiohead e primo dei Coldplay, riferimenti questi molto cari alle sonorità riscontrate nel combo italiano). I Gleamer  sono una band di 4 elementi ma in realtà nascono come one man band partorita dalla mente di Luca Sammartin; quello che si trova all’interno del disco è un incrocio azzeccatissimo di influenze rock notturne che lambiscono percorsi elettronici, la maturità compositiva della band è tale da far dubitare seriamente che questo sia un debutto. Alle mie domande, via mail, risponde proprio Luca. 

Nelle recensioni non sono solito parlare di formazioni e componenti delle band quindi potremmo iniziare proprio da qui: come e quando nascono i Gleamer e chi ne fa parte?
Gleamer nasce nel 2008, qualche tempo dopo aver chiuso un capitolo molto importante del mio passato musicale, Acidhead.
Con Acidhead facevamo musica elettronica di stampo nordico, un progetto molto interessante ma che presentava anche diversi limiti. Dal momento della rottura, ho iniziato a lavorare ad alcuni demo concentrandomi in prima persona su chitarra e voce. Avevo bisogno di calore, di un tipo di musica naturale e immediato. Nel momento in cui mi sono posto il problema di portare il progetto ad uno stadio successivo, sono nati i Gleamer. Sarebbe lungo parlare delle modifiche nella formazione e dei motivi di questi cambiamenti, quindi vi presento la formazione attuale: Luca Sammartin (voce e chitarra) Andrea Bevilacqua (basso) Elia Grosselle (elettronica e tastiere) e Stefano Longo (batteria).

L’uso dell’inglese per i testi è dato dalla sola musicalità della lingua o ci sono delle ambizioni più ampie per questo album e per la band in generale?
Scegliere la lingua inglese per i testi è stata una cosa naturale. Potrei dire che è stata una non-scelta. Di positivo abbiamo la possibilità di guardare all’estero, di non farci troppi problemi sulla metrica e sul significato delle parole e di lavorare di piu sulla musica. Posso dire però che dal momento della nascita dei Gleamer, ho avuto la possibilità di lavorare in altri ambiti con la lingua italiana e trovo la cosa stimolante ed interessante. Portare i Gleamer in italiano significherebbe lavorare di poesia e non mi dispiacerebbe. Magari potrebbe nascere un EP in italiano, prossimamente.

Mi piace cercare di capire cosa nasconde o cosa vuole esprimere una copertina, per la vostra ho immaginato quella stanza come una storia tra due persone in cui uno dei due ci abita ancora, sbaglio?
Ti sbagli. La stanza non è il luogo della storia finita, ma è un posto nuovo, privo di qualsiasi collegamento con il passato.

Nel caso in cui la risposta sia vicina alla mia domanda precedente vi chiedo: il disco è servito come catarsi per chi abita ancora in quella stanza o è frutto di un certo tipo di letture?
No, niente letture. Il disco è servito come “terapia” per scomporre convinzioni e ricordi, catalogarli, dare loro un significato e lasciarli andare. La stanza bianca significa, una pagina nuova su cui scrivere. Anche le copertine dei due singoli “The Pick” e “Dance” hanno questo significato.

E poi, è nato prima il concetto che sta dietro quella foto, poi commissionato in artwork per la copertina, o viceversa?
È nato prima il concetto della foto, che è stata commissionata a Damiano Cerrone, un carissimo amico fotografo di Roma trapiantato ora a Tallin, in Estonia.

Il titolo del disco, The Chasing Method, a cosa si riferisce?
Si riferisce al metodo per cercare qualcosa, la propria risposta, la soluzione. Parlo di metodo perchè il disco in realtà è molto meccanico nella sua essenza. Preparare questo lavoro e arrivare a questo risultato ha richiesto metodo e convinzione.

Nei testi si avverte molto la tensione dovuta ai rimorsi ed ai rimpianti che generano poi sensi di colpa. Si scrive di musica e si convive meglio con gli uni o con gli altri?
Non si può convivere bene o meglio con rimorsi, rimpianti o sensi di colpa. Posso dire che per scrivere musica in modo sincero bisogna sicuramente avere qualcosa da dire. La sofferenza ti da qualcosa da dire, ma dipende molto dal momento che una persona vive. Credo che sarà molto difficile avere un altro disco come questo, perchè le persone (per fortuna) cambiano ed evolvono.

Nel brano “What am i Made off” c’è il verso che dice “a man is kissing a girl/
and i see sliding doors/ and i’ts so late”. Mi ha ricordato la scena di un film (Sliding doors) nel quale la perdita  di un treno generava l’evolversi di una storia che prendeva una piega diversa rispetto al suo corso normale. Parlando per ipotesi quale potrebbe essere il treno che se preso potrebbe cambiare la vita della band o quale treno vorreste prendere per raggiungere i vostri obiettivi?
Per il futuro ci piacerebbe lavorare con alcuni artisti del panorama italiano, come Sara Mazo, ex Scisma, che si è dimostrata interessata a The Chasing Method, dopo un nostro contatto. Il momento però non era quello giusto, stavamo chiudendo i lavori sul disco e quindi il progetto è stato rimandato. Tendenzialmente non ci piace aspettare i treni, preferiamo usare la macchina.

Le parti di elettronica sono ben amalgamate all’interno dei pezzi e vi chiedo qual è stato l’apporto di ogni singolo membro della band all’album e come è avvenuta la stesura dei brani? Ripetute Jam sessions oppure ognuno portava le sue idee che poi venivano elaborate?
Posso rispondere parlandovi della formazione che ha arrangiato e registrato The Chasing Method. Alcuni brani sono nati, come dicevo prima, come miei demo, che ho portato al gruppo in uno stadio di pre-produzione. Gli altri componenti del gruppo hanno arrangiato le loro parti dando un tocco di personalità al tutto. Altri brani invece sono nati totalmente in saletta e l’elettronica è stata aggiunta dopo, in fase di registrazione. Quindi in questo caso possiamo parlare di Jam sessions (che comunque partivano da un mio giro o del chitarrista Alberto Massignan).

In che modo state promuovendo l’album, avete già delle date dal vivo?
Stiamo promuovendo l’album attraverso il web. Non mancano le recensioni su blog e webzines e il riscontro è molto positivo. Tendiamo a preferire comunque segnalazioni spontanee, per evitare di essere visti come uno dei prossimi gruppi-moda-cometa. In sostanza non puntiamo su strategie di comunicazione per aumentare i “mi piace” sulla nostra pagina facebook, in modo meccanico e senza fidelizzazione. Preferiamo essere onesti. Crediamo che poi tutto torni indietro.

Carta bianca sull’ultima risposta: potete utilizzare questo spazio per dire quello che volete.
Sicuramente un grazie a voi per la calorosa accoglienza sul vostro sito!

(Antonio Capone)
Foto: Alessio Magenta 

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