Stesi su un prato, ma anche il divano andrà bene. Un raggio di sole che vi arriva sul viso. Silenzio tutto intorno. Ecco, ora potete ascoltare Verdelegno, album di debutto degli Ancher. L’immaginario del trio veneto è ricco di natura: foglie, frutti, il crepitio della legna camino, le montagne. Tutti gli elementi compaiono, citati nelle parole o come “rumore” di fondo che accompagna gli strumenti convenzionali.
Si respira un’aria antica, quasi mistica, all’interno di Verdelegno. Il viaggio inizia strumentale, non lontano da quei lidi post rock che la band cita come influenze primarie. Poi però compaiono le voci, stratificate e familiari. Il Nord Europa ha fatto parte della vita dei tre ragazzi e si sente dalle melodie. Il suono è ricco di strumenti, elegante ma non oppressivo, anzi, provoca un senso di leggerezza. Le parole spesso si inseguono con le voci divenendo filastrocche come in “Toracebrace” e “Ferma Foglia”. Altre volte la forma canzone torna in auge quasi fossero brani d’altri tempi, una su tutte ”Ho prugne nella testa”, che però si ancora al presente con un’immagine poetica ma iperrealista “noi due tra gli alberi dell’Ikea”. Come pure “Ninna Nora”, in cui tutto il testo utilizza le forze atmosferiche per narrare una storia (d’amore?). L’esplorazione di un mondo fantastico, creato da suggestioni sottili ma articolate, termina con “Gnao”, altra traccia strumentale che però appare slegata dal discorso intrapreso dalla band. Troppo asettica. Un brusco risveglio. Il sole scompare all’improvviso lasciandoci al buio, dobbiamo riabituare gli occhi all’ombra.
(Amanda Sirtori)







