Rooms. Stanze. Metafora mai abbastanza usata per indicare quei luoghi che racchiudono qualcosa, sia del passato che del presente e del futuro. Storie, ricordi, speranze, persone venute, andate, tornate, desiderate, che verranno. Le cianfrusaglie e i cimeli si accumulano e ciò che per un osservatore esterno potrebbe sembrare disordine, per qualcun altro il tutto è ordinato quanto un album di fotografie. Compito dei cantautori che decidono di affacciarsi a quelle stanze è dare la chiave di lettura corretta per le storie latenti che esse custodiscono. Fabrizio Cammarata ci si prova, scattando dieci istantanee di amore e d’abbandono, di ricerca e scoperta, di amarezza e gioia.
Reduce da un giro del mondo coi suoi The Second Grace – ragione sociale che rimane affiancata al titolare di Rooms – che gli è valso la stima di personaggi di frontiera quali JD Foster, Joey Burns (che si presta a suonare in un paio di occasioni) e Jairo Zavale, nonché l’apparizione al festival South By Southwest di Austin, Cammarata porta la polvere accumulata lungo i sentieri del globo tra i solchi di questo disco. Registrato tra Sicilia e Stati Uniti, secerne resina roots a ogni nota, toccando i toni e i colori di un arcobaleno variopinto ma pur sempre virato seppia. Cammarata si muove in bilico come un’equilibrista sulla linea di confine tra folk e pop, intesse melodie semplici e dirette ma che rimangono a una spanna dall’easy listening, i suoni sono pieni tuttavia levigati come un teschio di cavallo spazzato dal vento del deserto. E non rischio anatema alcuno chiamando in causa i 16 Horsepower di Folklore. La band di David Eugene Edwards non è l’unico punto di riferimento, ché il falò improvvisato in mezzo al nulla attira i viandanti più disparati: i Calexico, ma anche Nick Drake e, più in disparte, Badly Drawn Boy.
Manca la hit, ma l’osservazione è inutile; Fabrizio Cammarata era ben lungi dal cercarla, se non addirittura dal cavalcare una sorta di effetto “Antananarive”. Per chi avesse bisogno del singolo apripista col quale saggiare la bontà di un lavoro – ma in questo caso sarebbe riduttivo prendere in considerazione i singoli brani, l’album è un unico percorso palpitante di vita e personaggi – consiglio di abbeverarsi alla fonte di “Alone & Alive” e di sfamarsi col pane caldo di “Aberdeen Lane”. Scoprirà così che Rooms è un punto di ristoro al quale tornare più e più volte.
(Francesco Morstabilini)








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