Si è sempre sentito parlare bene degli Intercity e a ragion veduta. La formazione lombarda giunge al secondo lavoro discografico Yu hu con una positività piuttosto marcata in termini di maturità, una forza di gruppo che certamente ha realizzato e fermato un temperamento impressionistico che arriva al midollo di una certa wave alleggerita da buoni dosaggi pop stratificati, soavi e melodici, un bel rientro tra gli scaffali underground e le collezioni indie del quale se ne sentiva un bisogno acuto.
La localizzazione sonica si prende tutto in un giro preliminare di tracklist, un bel lotto di sensazioni agrodolci, romantiche, incazzate morbidosamente e decadenti nel piglio caratteriale, che fanno riemergere nel palato - sempre in cerca di succulente – le palpitazioni degli Ustmamò (“Overdisco”), la metafisica sonante di Max Gazzè (“Neon”), le anime eteree di Ginevra Di Marco/Laetitia Sadier (“Smeraldo”, “La lunga Avenue”), sottolineata dalla stupenda voce di Anna Viganò, ed il cuore “antico” degli Edwood, il tutto dentro uno stupendo termometro che misura calorie sintetiche e calde in un definito “non standard” senza tempo; un disco di dettagli, una cifra tecnica e stilistica che, nelle quindici tracce proposte, va oltre il semplice scrupolo ingioiellato della bellezza, ma mette quell’ambizione, largamente sgraffignata e vinta da questo bel sentire, di aggiungere finalmente qualcosa di nuovo tra le muffe e le fitte esalazioni del sottobosco musicale italico.
Poesia, fallimenti, fall out, sogni, bronci, sorrisi, deragliamenti, amori che vanno e che vengono, pioggerelle e chiaroscuri imbellettano la parte trasognata della registrazione, facendo mente locale alla base di intime fantasie di lotte e fendenti di carezze che colonizzano piacevolmente l’orecchio e le sue meccaniche oniriche; prodotto da Giacomo Fiorenza, Yu hu è una frenesia per giornate uggiose dove a scaldare l’aria intorno ci sono le storie appannate scritte sul vetro dell’immaginazione, quelle storie che sono a galleggio in “Terrore esotico”, “Nouvelle vague”, arrampicate sui tremori elettrici di delicati Notwist (“L’elettricità”) e velate sottilmente da quell’aura eighties che avvolge di fascino interamente la profondità infinita di quest’album.
Anna, Paolo, Michele, Pierpaolo, Nicola e Stefano – questi gli Intercity – nella loro musica stanno come foglie autunnali che liete si colorano di malinconia e cadono, con la stessa voglia di risalire la luce di un’accezione musicale prontissima per travalicare lo spazio internazionale. Una piccola forza della natura si sta espandendo. Attenzionamoli.
(Max Sannella)







