Colapesce – Un meraviglioso declino (2012 – 42 Rec.)

Published on gennaio 27th, 2012

Un album come Un meraviglioso declino ti costringe ad aprire bene gli occhi e a riflettere su tutto quello che si è detto e si è scritto negli ultimi tempi sulla produzione musicale italiana, soprattutto su quella cosiddetta “indipendente”, aggettivo che troppo spesso sottintende un giudizio qualitativamente positivo a priori. Sarà la crisi della discografia, sarà che siamo un po’ per istinto, un po’ per necessità, sempre alla ricerca della next big thing nostrana che ci faccia distogliere almeno per qualche settimana lo sguardo da terre straniere ben più floride, ma è innegabile che i parametri della critica italiana negli ultimi tempi si siano notevolmente abbassati.

Basta ascoltare questo secondo disco di Colapesce, in realtà il suo primo LP, per capire quanto fiato, inchiostro, caratteri siano stati sprecati per produzioni che al confronto risultano davvero provinciali, effimere, ennesimi fuochi di paglia eletti imprudentemente a capolavori. Così fioccano gli eredi di Battisti, De Andrè, Rino Gaetano, quando per lo più ci troviamo di fronte ad artisti-per-caso, magari anche bravi a sfornare una serie di buone melodie, a catturare un disagio del momento, ma a cui sarebbe una follia affidare le future sorti del cantautorato italiano. Perché uno può avere alle spalle i migliori musicisti e i migliori produttori sulla piazza, ma se ha poco da dire, o più semplicemente non ha le doti per farlo, basteranno due-tre album a smascherarlo. Tutto questo preambolo per arrivare ad un concetto semplice e diretto: Lorenzo Urciullo aka Colapesce è uno dei pochi a cui affiderei senza esitazioni le sopracitate sorti. Il perché è semplice: conosce il mestiere che ha scelto. Lo vedi da come scrive, sempre originale senza essere derivativo, da come suona, arrangia e produce, con un occhio volto verso la grande tradizione e l’altro verso la modernità più alta. Ed ecco perché quando lo ascolti ci senti sì echi di Battisti (scusate, ma qui davvero sento di doverlo citare), ma allo stesso tempo ti sembra di essere di fronte ad una produzione quanto mai vicina all’eccellenza di Fleet Foxes, Grizzly Bear, Other Lives… Inutile soffermarsi su un brano piuttosto che un altro, qui come si cade si cade bene, perchè domina un romantico e consapevolmente nostalgico concetto di album. Non c’è il pezzo che svetta, che trascina il disco, davvero il tutto è più della somma delle singole parti. Poi ognuno saprà trovare i propri brani preferiti (i miei, per la cronaca, sono Un giorno di festa” eQuando tutto diventò blu”), ma è l’idea di LP a essere posta al centro di tutto. Un LP dove ogni nota è intrisa di afa e salsedine e tutto sembra avere quei colori polverosi e consumati dal sole che si trovano in certi film sul Sud, in certe foto d’epoca o in certi brani di Battiato (penso, ad esempio, a “Mal d’Africa”, “Secondo imbrunire” o “Stranizza d’amuri”).

Insomma, riprendendo un concetto già letto su un’autorevole rivista speriamo non prossima alla chiusura, un album così, ma soprattutto un artista così, non possono e non devono rimanere confinati nel limitato e limitante giro indie, ma guidare una rinascita musicale popolare. L’impresa è ardua, il panorama culturale che domina nel Paese non aiuta, ma è doveroso provarci. Se poi dovesse rivelarsi un fallimento, bè dividere una sconfitta con uno come Colapesce è sempre un piacere.

(Federico Anelli)

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