Poco più di 16 minuti servono a Oliver Ackermann, e ai suoi sodali, per mettere nuovamente in moto la macchina schiacciasassi dallo spaventoso moniker A Place To Bury Stranger. Il trio americano torna in questi giorni con un Ep di 5 brani dal titolo Onwards The Wall: nuovo materiale scritto a quasi tre anni di distanza da quell’Exploding Head con il quale avevano assestato il proprio modus operandi al rumor bianco.
Con questo nuovo mini capitolo la band sposta parzialmente le coordinate verso un suono più “pulito” rispetto al passato, con episodi inediti nei quali non bisogna più scavare sotto cumuli di macerie distorte per trovare angosciose melodie, prova di questo nuovo percorso sono la title track che cova dentro sè quel germe glaciale post punk meticoloso e perfetto (nella quale Oliver cede il microfono alla voce straniante e alienata di Kimya Dawson, cantante folk americana) ed “Nothing Will Surprise me” con il suo andamento barcollante come in preda a forti allucinazioni provocate da una dose eccessiva di dimetiltriptamina.
Tutto quello che viene prima e dopo i succitati pezzi ha il gusto amarissimo, ma riconoscibile, di ciò che gli APTBS sono sempre stati e cioè “The loudest band of New York City”: partono direttamente in quarta con il frastuono generato nell’ossessiva “I Lost You” e non si danno pace con la successiva “So Far Away”; Jay Space picchia le pelli come un antico sciamano invaso da spiriti scandisce il tempo prima di tornare sui suoi passi, tutt’intorno partono rasoiate a sei corde e la sagoma di Oliver, velata da feedback nebbiosi, compare come uno spettro insofferente. Il finale non dà alcuna tregua a chi ha deciso di affrontare questo breve viaggio negli abissi sonori del trio statunitense: “Drill it Up” ti lascia con le membra maltrattate e le orecchie sanguinanti, è una discesa martellante, anzi trapanante proprio come suggerisce il titolo, in un luogo in cui si mescolano antiche rovine e moderni monoliti di vetro e acciaio.
Quel che resta dopo l’ascolto di questo Ep è un assordante silenzio, un muro sibilante dal quale l’unica via d’uscita è costituita da una piccola crepa che sgretolandosi ti riconduce al punto di partenza dove ansiosi di suonare ancora, ancora e ancora ti aspettano i tre molestatori uditivi dal ghigno cinico e dall’occhio un po’ vacuo, questo è lo sguardo di chi cerca di camuffare i propri sentimenti sotto pedaliere portate all’eccesso, deformando per un breve tempo le brutture di questo mondo rendendole paradossalmente più accettabili.
(Antonio Capone)







