C’è tanta passione per i sentimenti delle persone e per le rime inossidabili di poeti russi, quei sommi conclavi di pathos ed impressionismo che affascinano e stigmatizzano nel nuovo disco del Teatro Degli Orrori, quello smontare e il fare a pezzi di una politica espressiva che infervorata da processi citazionisti, da Orwell a Huxley, da Cèline a Brodskij colpisce nella forma elettrica e senza compromessi il pensiero creativo di Capovilla e soci; Il Mondo Nuovo calpesta il sotterfugio e si veste da metafora dentro storie di storie in cui il rock fa i conti con lettere, parole e vizi altisonanti della migrazione forzata, un pensiero affastellato di suoni, solitudini, silenzi, fragori e romanticismi che concettizzano uno stato di grazia – questo del Teatro – mirabolante.
Un disco che racconta e che si cala nelle realtà odierne, che gioisce e soffre in contemporanea dei fatti lungo tutti i circa settanta minuti della sua vitalità in sedici tracce e che vede comparire dietro il bordo personaggi e ferraglie acuminate che Capovilla esalta e lucida; si dice di nuovo rock, nuove protesi sonore espressive per dichiarare che questo suono è ancora vivo e pimpante, e lo è di certo, il TDO ce ne da conferma man mano che la tracklist sgrana le sue canzoni come ceci di un rosario laico, dove si incontra la dedica all’operaio romeno Ion Cazau bruciato dal datore di lavoro nel Varesotto (“Ion”), il Rimbaud scuro che si nasconde dietro le spalle di (“Adrian”), la dolorosa migrazione macedone (“Skopje”), gli Shellac rivisitati nelle metriche customerizzate di “Doris”.
Canzone d’autore, prese di coscienza, intuizioni e un cuore spaccato come ingredienti salati per instaurare un rapporto fiduciario con un ascolto preso fino in fondo, partecipe e spiaggiato nel resoconto delle molteplicità di masse umane in movimento perenne dietro, sopra, dentro, sotto il mondo, tra le bocche serrate di Stratanovskij (“Pablo”), Essenin ed il sangue violento e caldo che fiotta da “Martino”; la caratterialità elettrica del Teatro è sempre esemplare, mai allineata e paracula con il “giro stretto”, domano dinamiche e fuoriuscite con la stessa dolenza di chi assembla ingranaggi complessi, urla e si fa dolce quando il probabile non è mai consuetudine, basta accostarsi ed aspettare che la band veneziana entri con il pezzo “Dio mio” nel corpo di Eyeball dei texani Scratch Acid per rimanere affissi come ad un chiodo da entomologo per una eternità di minuti. Capolavoro di rock e fantasmi lirici del Novecento.
(Max Sannella)
01. Rivendico
02. Io cerco te
03. Non vedo l’ora
04. Skopje
05. Gli Stati Uniti d’Africa
06. Cleveland – Baghdad
07. Martino
08. Cuore d’oceano
09. Ion
10. Monica
11. Pablo
12. Nicolaj
13. Dimmi addio
14. Doris
15. Adrian
16. Vivere e morire a Treviso







