Un siciliano medio (mica tanto) – Intervista a Lorenzo Urciullo (Colapesce)

Published on febbraio 8th, 2012

L’anno è appena iniziato e già incastona in musica il gioiello Colapesce, con l’album, Un meraviglioso declino (Qui la recensione). Se il talento del siciliano Lorenzo Urciullo brillava già con gli Albanopower e, da solista, aveva abbagliato con l’Ep dello scorso anno, premiato al MEI, ora abbaglia con l’esordio full lenght, e non c’è un minuto di musica che non ci illumini: qualcuno dalle lezioni di scuola ricorda da dove deriva la parola ‘anima’? Dal greco ‘anemòs’ che significa ‘soffio’, il soffio vitale. Colapesce soffia le note così, e la sua voce risuona dentro, anima e corpo. Del resto siamo nella terra del mito, e Colapesce è la figura leggendaria di un uomo che decise di restare sott’acqua per reggere la sua isola, la Sicilia.

Perchè hai scelto questo personaggio leggendario come nome d’arte per il tuo progetto solista?
Ci sono più motivi: la leggenda mi ricorda gli occhi e la voce di mia madre, è del periodo federiciano (uno dei momenti culturali più alti dell’isola), è una metafora potentissima dell’amore verso qualcuno o qualcosa, ha un nome magico, sono un amante del mare ed ho passato mezza vita ammollo nello Ionio.

Nel tuo album riesci a conciliare aspetti diversi sia dal punto di vista musicale che dei testi. Che cosa viene prima, mentre componi?
Non ho una regola fissa, a volte parto dalla musica e altre dal testo, da un’idea, da un racconto che man mano vado scarnificando fino a incasellarlo in una melodia. È un lavoro di artigianato sociale. Sono lento e raramente scrivo di getto, metto quasi tutto in metrica ed evito di spostare gli accenti.

Partiamo dalla musica: come riesci a comporla evitando ogni clichè eppure rendendola così lieve e fruibile, con gli arrangiamenti delicati eppure potenti e inaspettati, dribblando le trappole cantautorali eppure restando nell’alveo del cantautorato più originale?
Ogni canzone ha la sua storia. É un gioco forza fra l’istinto e la razionalità, fra la ‘pancia’ e la ‘testa’. Credo influiscano molto i miei ascolti trasversali, che vanno dall’hip hop della Anticon ai Fugazi, da Gino Paoli ai My bloody Valentine, da Battisti ai Notwist.

I testi: parlano d’amore ma dipingono anche con tagliente ironia il quadro sociale contemporaneo (“I barbari”, “Quando tutto diventò blu”). Prendiamo “S’illumina”, il singolo, a paradigma: c’è un cocktail perfettamente amalgamato di  amore e amarezza, nostalgia e futuro, disincanto e speranza, luminosità e sangue: mi piacerebbe sapere se in te prevale più l’uno o l’altro aspetto, guardandoti intorno…
Sono tendenzialmente un catastrofista e provo a curarmi con le canzoni, ma qualche ‘strage’ ci scappa sempre! Il disco si apre con l’arrivo degli alieni mentre cadono meteoriti. Anche quando parlo d’amore la terra trema e il suo seno lavica. I capelli sono una cura per il panico. Diciamo che sto diventando bravo a velare i drammi!

Ti chiamano poeta. E in effetti la tua scrittura è letteraria, con riferimenti colti, e l’uso di parole rare da trovare nelle canzoni. Eppure molta critica ha posto l’accento su una quotidianità color pastello, su una ‘dimensione domestica’. Come ci riesci?
In linea di massima evito l’eccessivo citazionismo diretto e rivesto di quotidianità le eventuali meta-citazioni. Esempio: Apro la finestra sul cortile se voglio parlare di Hitchcock; per dare un senno al tuo destino per Ariosto, e così via. C’è un lavoro certosino nella stesura delle canzoni, sia dal punto di vista metrico che da quello del significato, ma ti assicuro che non ho inventato nulla di nuovo. Basta leggere una qualsiasi pagina a caso scritta, che ne so, da Calvino per capire la mia nullità. Non sono bravo io, è la media che è calata.

Se dovessi trovare a Colapesce un ‘padre musicale’, resterei in Sicilia perchè mi viene in mente soltanto il tuo conterraneo Franco Battiato, che ha rivoluzionato la musica italiana e la scena cantautorale. É un tuo punto di riferimento, oppure mi sbaglio?
 Lui è un vero Colapesce, regge l’innovazione della canzone d’autore italiana da 30 anni. Non c’è molto Battiato nelle mie canzoni, a parte l’accento ‘terrone’ nella pronuncia di alcune doppie e qualche richiamo diretto all’isola. Però si, lo amo.

La Sicilia risuona in ogni tua nota: calda, avvolgente, aspra e dolce come gli agrumi. Sembra che tu sia molto legato alla tua terra: è così?
C’è un rapporto di odio e amore, quindi d’amore. É un crocevia di cultura, profumi, sogni, scandali. Un pieno pugno in faccia per chi ha velleità artistiche. Potrei farti un elenco lunghissimo del perché scapperei domani da questo lembo di terra, poi basta una granita e cambio idea. Sono un siciliano medio.

Torniamo all’amore: non mi capitava da tanto di sentire tanta dolcezza, elevatissima e mai scontata, come in certi tuoi brani (“Restiamo in casa”, “Oasi”, “Sottotitoli”). E allora mi viene da chiederti se sei innamorato, se bisogna esserlo e di chi o di cosa, per scrivere così…
Ti rispondo con una citazione: […] m’innamoravo di tutto[…] e continuo a farlo anche adesso.

Ci sono collaborazioni importanti nel tuo album: Alessandro Raina, Roy Paci. Perchè hai pensato a loro e come li hai coinvolti?
Le collaborazioni del declino si fondano in primis sull’amicizia, e poi sul rispetto artistico. Roy si è proposto spontaneamente e si è ‘scartato’ le tracce a lui più congeniali, mentre Alessandro e Sara Mazo li ho coinvolti nel brano adatto alle loro corde.

Infine: Colapesce ci incanta, però ci piacciono anche gli Albanopower. Torneranno?
 Ovvio, siamo come i Pooh.

 (David Drago)

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