A tre anni di distanza dal precedente Un piano per fuggire i Nadàr Solo non solo non sono scappati ma anzi, rilanciano e si ripresentano sulle scene con un disco solido, ben fatto, dal titolo Diversamente, come? che risulta forse un po’ fuorviante: non dovete infatti attendervi niente di particolarmente strano o fuori dagli schemi ma undici tracce di rock ben suonato, a tratti estremamente radiofonico, a tratti malinconico, il tutto sapientemente miscelato e in grado certo di risultare accattivante, senza disdegnare un’ottima qualità non solo sonora ma anche nei testi, opera del cantante Matteo De Simone, autore anche del libro “Denti guasti”, opera prima molto interessante di cui Simone ha anche proposto un reading assieme a Pierpaolo Capovilla (il quale riappare anche in questo disco firmando a quattro mani il testo de “Il vento”).
Ma andiamo con ordine: si parte subito con quel rock radiofonico di cui si accennava sopra, con la piacevolissima “Non conto gli anni”, brano frizzante ed elettrico, che si dipana in un crescendo musicale per l’appunto molto orecchiabile, con un ritornello che rimane in testa e ne fa una potenziale hit. Subito dopo arriva la splendida “Tra le piume”, in cui i Nadàr Solo mostrano la loro abilità nel dialogare con gli strumenti: si tratta infatti di un brano con un’intro di chitarra elettrica lieve e delle percussioni appena accennate, tappeto sonoro ideale per un cantato molto melodico; dopodichè il brano esplode in un rock rabbioso e veloce, con la batteria che si fa perforante; il gioco dei cambi di ritmo prosegue e dimostra l’eclettismo della band torinese, capace di costruire un pezzo “alla Verdena” senza dimenticare l’orecchiabilità del testo. Notevole. Subito dopo arriva “Il vento”, in cui si ha appunto la collaborazione tra Nadàr Solo e Il Teatro degli Orrori, non solo con Capovilla presente nella scrittura del testo, ma con tutta la band presente nel pezzo; il risultato è un rock dall’elevato contenuto poetico, indubbiamente un vero e proprio gioiello malinconico e delicatissimo che impreziosisce il già ottimo lavoro di Matteo De Simone e soci. Con “La ballata del giorno dopo” si prosegue su dinamiche delicate ed estremamente melodiche, in cui l’attenzione si concentra sullo splendido testo di Matteo De Simone, capace di dar vita ad immagini vivide eppure lievissime che si attagliano perfettamente ad un contesto musicale sottile e mai invadente, un rock perfetto su cui adagiare i “ricordi del giorno dopo”. ”L’abbandono” ci riporta su sonorità più radiofoniche, in cui i Nadàr Solo dimostrano di saper miscelare le dinamiche del rock, con splendidi dialoghi basso-batteria e inserti chitarristici altrettanto ficcanti, senza però disdegnare la melodia e l’orecchiabilità del ritornello. Ennesima conferma della qualità di questo disco, che pure forse non brilla per originalità delle soluzioni sonore. La successiva “Le case senza le porte” è un altro gioiello, assieme a “Il vento” un’altra vetta compositiva di questo bel lavoro “made in Nadàr Solo”: si tratta praticamente di un reading sonorizzato con pathos e veemenza; tutta la bellezza delle parole di Matteo De Simone, che descrive l’amore con immagini forti e impressionanti, unita ad un suono fluido, che travolge l’ascoltatore e non può non emozionare. Da brividi. “Quel sabato mattina” si muove su un giro di chitarra classica e somiglia ad un pezzo degli Zen Circus più malinconici e solo velatamente punk. Amore sull’orlo di una crisi di nervi (o di pianto?).
Arriva poi la quotidianità in frantumi di “Maggio Giugno Luglio” (titolo omaggio agli Area di “Luglio Agosto Settembre (nero)”?); pop rock di qualità con interessanti intrecci di chitarra basso e batteria, perfetta conferma dell’omogenea qualità del disco e della bravura di questo power trio torinese. La successiva “Le ali” suona invece un po’ troppo elettronica, ammicca troppo a qualcosa di già sentito, ovvero a quei Franz Ferdinand che di certe dinamiche sonore hanno fatto il loro marchio di fabbrica. Con “Perso” si torna su livelli di qualità elevatissimi: malinconica poesia soffice ed estremamente melodica, grazie anche all’aiuto di Elena Diana e Gigi Giancursi dei Perturbazione, che regalano un’ulteriore tocco di bellezza a questo straordinario brano. Commovente. La chiusura è affidata a “I tuoi orecchini”, brano che colpisce al cuore, affrontando la tematica dell’amore adolescenziale in modo perfetto, regalando alcune immagini che rimangono in testa.
Insomma i Nadàr Solo regalano un disco solido, di ottima qualità, niente di troppo originale nelle soluzioni sonore ma capace di coniugare bei testi ed ottima musica e certamente di attrarre un pubblico variegato, sia quello del rock alternativo sia quello del pop rock radiofonico. Non è facile fare dischi così oggi.
(Alessio Gallorini)







